martedì 10 ottobre 2017

A FORMA FOXE (1a parte)

Dall’inizio dell’Era Cristiana alla fine del Seicento


di Cagnin Daniele & Fossati Severino
Dicembre 2016

PREFAZIONE
(a cura di Rosa Elisa Giangoia)

Dal lavoro di ricerca e documentazione portato avanti collettivamente in questi anni dal Gruppo ANTICA FOCE, nelle riunioni mensili presso la Biblioteca Servitana di via Baroni, sono venuti via via emergendo molti elementi della storia del nostro quartiere che hanno documentato l’assetto e la vitalità nei secoli passati. Di tutto questo lavoro è dato riscontro in questo blog ANTICA FOCE, dove sono stati progressivamente postate le ricerche settoriali svolte. Sulla base di queste notizie, Daniele Cagnin e Severino Fossati in particolare, si sono impegnati a tracciare una mappa della zona fin dalle lontane origini preistoriche, evidenziando dapprima graficamente le probabili configurazioni e le trasformazioni di tipo idro-geologico che si dovrebbero essere verificate e registrando le poche notizie che ci sono giunte dei progressivi insediamenti umani e delle costruzioni nella zona. Ispirazione e prima documentazione per questo lavoro è stato il famoso lavoro di Piero Barbieri, Forma Genuae (1937), riportato all’attenzione qualche decennio fa da Ennio Poleggi, ma molte sono state le nuove acquisizioni per l’ambito specifico della Foce. La porzione di territorio che verrà presa in esame è quella del Comune della Foce (1808 - 1873): i confini quindi sono a settentrione l’attuale via Barabino, a levante parte dell’attuale via Nizza e via Trento e una parte di via Piave, a mezzogiorno la spiaggia e a ponente l’attuale muraglione di corso Aurelio Saffi. Difficile è stato dare un nome a questa ricerca, in quanto, se si vuole risalire in senso diacronico oltre il toponimo Foce, non si riscontrano attestazioni sicure al di là di quella dialettale Foxe che appunto per questo abbiamo scelto.

 ETIMOLOGIA

L’ipotesi che primeggia sulla rete informatica, e che nel corso degli anni è diventata di “dominio pubblico”, fa derivare l’origine del toponimo FOCE dall’antico popolo dei Focesi, coloro che “fondarono” Marsiglia intorno al 600 a.C. La notizia è stata estrapolata da Giulio Miscosi: nella sua trattazione (degli anni Sessanta: I Quartieri di Genova Antica) ci racconta che tale notizia è presente anche in altri “storici” tra cui Girolamo Serra. Ma leggiamo quanto riferisce: «...il suo nome proviene, non già dal trascurabile sbocco a mare del torrente, ma dall’antichissima residenza dei Focesi. Questa tesi sarebbe avvalorata dalla collina di Fogliensi (Phocensis) dove ora sorge la chiesa di San Pietro e la regione di Foce Alta. Infatti più tardi, verso il Mille, si creò in questo ameno colle, l’ordine dei Fogliensi, che presero il nome dal luogo dove fu eretto il monastero». Che l’antico Borgo della Foce possa essere stato, in epoca preromana, la “residenza” del popolo Focese (probabilmente occasionale, visto i presunti traffici commerciali con la popolazione autoctona), non ci sentiamo di escluderlo a priori, ma nello stesso tempo possiamo escludere che siano stati i “fondatori” di un antico nucleo abitativo. Da quanto detto possiamo quindi prendere in considerazione questa tesi, come “tradizione popolare”, forse consolidata negli anni Sessanta del secolo precedente, e di cui anche il Miscosi, probabilmente, non è certo, questo perché non approfondisce la fonte, tanto è vero che conclude tale argomento in maniera sbrigativa, dicendo: «Tralasciamo quest’epoca che chiameremo eroica, dove il lettore può pensarla come meglio gli aggrada». La “tesi scientifica” più accreditata farebbe derivare il toponimo Foce dalla parola latina Faucis, da intendersi come “passaggio angusto”.A convalida di questa interpretazione etimologica si può portare il fatto che esistono toponimi Foce anche in altre zone d’Italia, in luoghi dove nessun corso d’acqua sbocca in mare e sovente anche in posizione elevata. Così a La Spezia abbiamo la frazione La Foce, alta rispetto alla città, a oltre 6 chilometri di distanza; pure a Massa – Carrara troviamo una località chiamata Foce, proprio dove i due nuclei cittadini sono separati da alture collinari. Anche nel comune di Montemonaco (AP) si trova una frazione Foce a 945 m. sul livello del mare. Inoltre il toponimo di Fiumicino, vicino a Roma, ha origine simile, in quanto prende nome da Foce micina (piccola foce), già in uso al tempo dei Romani per indicare la Fossa Traiana (oggi Canale di Fiumicino), mentre ora una via Foce micina corre parallelamente, più a nord. Bisogna aggiungere, a conferma di quanto appena affermato in modo inconfutabile, che nell’epoca sopracitata la zona dell’attuale Foce non era ancora formata geologicamente: non esisteva!

TAVOLA 1   TAVOLA 1 (raffronto)

 PROTOSTORIA TAV. 1 (raffronto)
Le notizie più antiche che interessano la Piana del Bisagno (1) sono quelle archeologiche che provengono dallo scavo per la costruzione del parcheggio in Piazza della Vittoria e dallo scavo della metropolitana in Piazza Brignole: sono state trovate tracce di presenze umane d’epoca Neolitica (2)(un palo risalente al V-IV millennio a.C.) e dell’epoca del Bronzo Antico (un muro lungo dieci metri e largo due, che può essere interpretato come argine o come muro di contenimento di una strada, risalente all’inizio nel II millennio a.C.).

Commento storico 
Per quanto riguarda la zona della Foce, tale affermazione è interessante perché ci permette di affermare che a quel tempo il mare entrava molto all’interno dell’attuale sbocco al mare, e che l’area di Terralba o era una insenatura del mare o un acquitrino, anche per le acque dei torrenti che scendevano dai Camaldoli e dalla collinetta di Santa Tecla. Come conseguenza la Piana del Bisagno non esisteva, se non in minima parte; il ritrovamento della tomba etrusca presso la stazione della metropolitana all’Acquasola, del VII (3) - VI secolo a.C., ha fatto formulare l’ipotesi che il più antico porto (4) di Genova fosse in realtà nel Bisagno, nella zona tra Brignole e piazza della Vittoria, formando un’ampia ansa. Solo in seguito, a causa sia del parziale interramento sia forse per un mutato regime della portata del torrente, sarebbe stato spostato nella nota insenatura del Mandraccio. La piana si è andata formando con pietrame e poco alla volta con le frequenti alluvioni si è ricoperta di terra. Si può immaginare che ancora in epoca romana in parte fosse pietrosa e solo nella Tarda Antichità o nell’Alto Medioevo (5) si sia trasformata totalmente in terreno agricolo coltivabile, salvo naturalmente ai margini, sia verso il mare sia verso il torrente.

EPOCA ROMANA                                                                                                               TAV. 1 FINO AL V SECOLO d. C.
Necropoli
Da una lapide (6), presente dal 1830 nell’Università di Genova, apprendiamo che: Intra consaeptum maceria locus Deis Manibus consacratus, traducibile in: "il luogo entro lo spazio cinto da muro a secco è consacrato agli Dei Mani", l’interpretazione più attendibile relativa al termine “spazio cinto”, è cimitero.

Commento storico
Tale tesi è stata argomentata per la prima volta sul finire del Settecento da Nicolò Perasso: "…prima della nascita del Rendentore circondata da una Maceria dentro di cui v’era il Cimiterio de Gentili consacrato alle Sognate Deità dell’anime de loro defunti". Anche Federico Alizieri, che non conosceva lo scritto del Perasso, arriva alla stessa conclusione e in maniera più approfondita: "Se pure è ardir troppo l’arguire da quel maceria un’ustrina (7) già quivi esistente ove i cadaveri dalla città si mandassero ad ardere, ben potrà giudicare il più timido che un chiuso cimitero a tempi remoti della romana gentilità servisse o nel luogo presente o non molto discosto ad uso degl’inquilini di questo contado" (8).
Consultando i testi del Novecento si evince che il Novella (9) era poco possibilista su questo tema affermando: "forse era il pubblico cimitero". L’ultimo “critico” esaminato è il De Simoni: "cimitero pagano tramutato in chiesa cristiana (10).
TAVOLA 2

 ALTO MEDIOEVO                                                                                                                TAV. 2 FINO ALL’ANNO MILLE
Torre Saracena (920 – 940)
La tradizione vuole che il campanile della chiesa dei Santi Nazario e Celso, era la torre quadrata posta a guardia contro gli attacchi saraceni, costruita dopo l’anno 934 quando "un tal eccidio per altro scaltri i Genovesi a premunirsi di nuovi baluardi e a fortificare perfino le foci dei torrenti Bisagno e Polcevera" (11).
Secondo l’Alizieri (12) l’aspetto del “monumento” è indizio di remota antichità, ma nutre dei dubbi su chi possa essere stato il suo effettivo autore: "poté anche essere fatta per tener fronte ai Saraceni che di que’ tempi avean preso a infestare con ispesse correrie le riviere del mare ligustico".
Forse la famiglia Del Giudice secondo il manoscritto (13) del secolo XVIII della Biblioteca Universitaria.
Oltre al periodo risulta discordante anche il nome: il Perasso (14) la cita come "Torre d’Albaro", mentre il De Simoni (15) la nomina come "Torre di San Nazaro" (del promontorio omonimo).

Commento storico
Nelle zone depredate dai Saraceni, esiste una grande abbondanza di edifici e rovine che vengono collegati con il loro nome: a centinaia si potrebbero contare le torri e i castelli detti “dei Saraceni”, se non che tutti i resti di edifici, che leggende popolari ben radicate amano collegare agli incursori mussulmani, sono normalmente di epoca assai più tarda e non hanno mai avuto niente a che fare con essi. Il termine “saraceno” passò, spesso e volentieri, ad indicare tutto ciò che all’occhio dell’inesperto risultava di antichità non determinabile.

Cappella o Edicola Votiva dei Santi Nazario e Celso (ante 987)                                          TAV. 2
Le prime notizie certe sulla “chiesa” risalgono alla fine del X (16) secolo. Secondo il Perasso (17) una prima costruzione, forse una piccolissima cappelletta, ("angusta come era nel suo primo essere") era già presente fin dalla remota antichità, sorta per commemorare in modo dignitoso il ricordo della “celebrazione della prima messa”: "i Genovesi […] eressero a loro onore un tempio in distanza di 60 passi dalla prememorata Torre. Questo fu coltivato, e venerato dalla pietà de fedeli circa 800 anni e fin tanto che con la spiaggia circonvicina non fù divorato dalli impetuosi flutti del Mare".
Questa “tesi” è sostenuta anche dal Novella (18), il quale ci riferisce che trae questa notizia (coincidente parola per parola con quella del Perasso) da un manoscritto presente nella biblioteca del convento dei Padri Minori Conventuali della chiesa di San Francesco d’Albaro.
Dal De Simoni (19) abbiamo un ulteriore ipotesi: "Nessun documento vi accenna, e questo per la durata di non meno di otto secoli, fino a quando la chiesa dei santi Nazario e Celso scomparve silenziosamente, come silenziosamente era sorta, tra i gorghi del mare".

Commento storico
Analizzando in maniera più approfondita il testo del Perasso si viene “assaliti” da “comprensibili” dubbi: è discutibile fissare in otto secoli il periodo di culto di questi martiri, considerando che la leggenda dei martiri, in ambito locale, è da fissare in un periodo compreso tra il VI e VII secolo; anche la distanza di sessanta passi (circa cento metri) appare poco accettabile: la costruzione sarebbe da collocare nella piccolissima spiaggia (20).

PIENO MEDIOEVO                                                                                                               TAV. 2 DALL’ANNO MILLE ALLA FINE DEL XIII SECOLO

Chiesa dei Santi Nazario e Celso (sec. XI) 
La presunta “chiesa paleocristiana” probabilmente fu restaurata o ricostruita nel secolo XI, all’epoca delle ricostruzioni benedettine (come Santo Stefano, San Siro, Santa Sabina), e fu posta ad undici passi dalla torre: com’era consuetudine del Medioevo fu rivolta con l’ingresso a Ponente. La chiesa fu fabbricata a tre navate e le cappelle furono consacrate alla Madonna (quella destra, la più vicina al mare), al Santissimo Crocifisso (quella sinistra) e l’altar maggiore fu dedicato ai santi titolari. Era presente il Coro con i suoi sedili, il battistero, alcuni sepolcri con lapidi marmoree e la Canonica con giardino.

Chiesa di San Vito (ante 1079)
In una trascrizione,eseguita nel 1870 (vedi Cartario Genovese (21), di un atto notarile relativo alla vendita della metà di un pastino (22) è citata la chiesa di San Vito: in loco et fundo Albario prope Ecclesia Sancti Viti.

Mulino Foce del Bisagno (1153)
In una pergamena (23) datata dicembre 1153 è citato il mulino vicino alla foce del Bisagno molendinum ad fucem.



TAVOLA 3
BASSO MEDIOEVO                                                                                                              TAV. 3
DAL SECOLO XIV ALLA FINE DEL XV SECOLO
Crosa di San Nazaro (1345) (24)

Lazzaretto (1350 – 1372)
Nel Trecento Genova, nonché tutta l’Europa, fu vittima di varie epidemie, da non dimenticare la peste nera che dimezzò la popolazione nel biennio 1348 – 1349. Per assistere questi malati furono allestite delle strutture, forse anche in tempi successivi e fuori dai centri abitati, per non trovarsi “impreparati” ad ulteriori episodi che si potessero verificare nel futuro. E’ molto probabile che l’allestimento o la costruzione di un primo Lazzaretto della Foce possa essere avvenuta in un intervallo di tempo compreso tra il 1350 e il 1372 (o forse 1383: anno dell’ultima epidemia del secolo).Quest’area era utilizzata anche per la quarantena delle merci e,come già detto, delle persone già dal 1467 (25).

Borgo della Foce (ante 1448) La prima “notizia storica” sulla zona della Foce è stata reperita in un atto (26) notarile del 1448, riguardante la vendita di una casa vicino alla spiaggia nella villa Faucis Bisannij.

Cappella di San Pietro (1387 – 1448)
La cappella o oratorio (capella sive oratorium) era “privata”: famiglia Credenza. Da un atto notarile del 1490 (27) la cappella risulta succursale della chiesa dei Santi Nazario e Celso: il Novellaci riferisce che in quell’anno il sacerdote che aveva la “cura delle anime” del borgo della Foce, tramite concessione triennale ottenuta dal Rettore di San Nazaro, era un certo prete Domenico Bacigalupo.

Costruzioni Navali (ante 1410?) 
• Prima “nave” costruita nel 1410 per Lionello Leccavello.
• Proclama dei Padri del Comune nel 1471.

Complesso monastico di Sant’Ilarione (1436 – 1474)
Agli inizi del secolo XV la chiesa di San Vito è in “capella sive rovina”, benché non sono stati ritrovati dati precisi. La “ricostruzione” fu realizzata nel periodo che va dal 1436 al 1474: nel progetto era anche previsto la realizzazione di un cimitero e l’installazione delle campane. Gli avvenimenti di questi quarant’anni sono caratterizzati da tre“personaggi chiave”: Andrea di Sant’Ambrogio (l’ideatore del “progetto” e che possiamo considerare il primo periodo), Benedetto Carletti (il periodo delle controversie) e Alessandro Raibaldi da Genova (il periodo della definizione).

Prato della Lana (ante 1484)
Questa zona, individuabile nell’attuale piazza della Vittoria, è presente in un atto notarile del 1484: Brajda Bisannis extra muros Janua in Prato Lanari (28).

La Foce nella “visione” del XV secolo: Quadro di Cristoforo De Grassi (1597)
La prima raffigurazione della zona della Foce, o per meglio dire una sua “porzione”, è presente nel famoso dipinto di Cristoforo De Grassi, eseguito nel 1597, che è una copia di una precedente rappresentazione del cartografo Battista Bercari: per il Poleggi è da riferire al 1481, mentre il Volpicella lo data al 1485. In tale quadro si vedono, da una prospettiva alta sul mare, le piane della foce del Bisagno (soprattutto la zona di ponente) su cui cavalieri e fanti si stanno esercitando: non è visibile il Lazzaretto. E’ presente una serie di costruzioni (probabilmente abitazioni posizionabili nella zona dell’attuale via Cecchi) allineate con la linea costiera: difficilmente riproducono una situazione reale del XV secolo; tale “incongruenza” si può spiegare ipotizzando che l’autore abbia optato per quell’area “rimasta vuota per mancanza di spazio sulla tela”. Sulla sponda sinistra si notano alcune linee difficilmente interpretabili, che molti attribuiscono alle ordinate dello scafo di un galeone. E’ improbabile che si tratta di una costruzione navale, perché se quelle linee rappresentassero le ordinate dello scafo, dovrebbe potersi riconoscere anche la chiglia, che deve venire impostata prima delle ordinate stesse perché esse si appoggiano sopra e ne seguono la forma. 


Figura 1: Cristoforo De Grassi (1597) – porzione.



TAVOLA 4

CINQUECENTO                                                                                                                       TAV. 4 SECOLO XVI

Sant’Ilarione – San Vito (1502)
La proprietà del complesso monastico è trasferita ai frati Domenicani i quali completano il restauro. Le chiesa, che era ad una sola navata, misurava circa nove metri di larghezza, circa venti metri di lunghezza, la dimensione del presbiterio era di dieci metri. Erano presenti tre altari, i due minori in legno, uno dei quali dedicato al Santo Rosario, nel quale era presente una statua in legno della Madonna. L’altare maggiore era di calce.

Lazzaretto (1512 – 1576)
Nel 1512 fu costruita una costruzione appropriata con il contributo in denaro di Ettore Vernazza e del Doge Ottaviano Fregoso. Nel 1576 l’architetto Ponsello vi operò alcune modifiche ingrandendola struttura. Il Lazzaretto era circondato da un muro che aveva un percorso quadrato, circa 260 metri di lato, aperto al centro del lato posto a mare. In pratica il vero e proprio lazzaretto occupava meno della metà dello spazio cintato, presso il mare. Il resto era coltivato e vi si trovavano due case adiacenti, poste presso il muro di levante, a metà tra il Lazzaretto e il muro a monte: probabilmente erano le case dei manenti.

Borgo della Foce (1537: dati demografici) (29)
" …e andando verso la marina si gionge alla piaggia la foce dove sono da otto a dieci case con la chiesola di S. Pietro, e la piaggia è molto atta e comoda al varar delle navi…"

Chiesa dei Santi Nazario e Celso (1544) (30)
"L’anno poi 1543 D. Prete Boero trovossi rovinata la canonica, e la navata della chiesa dalla parte del mare distrutta dai flutti, scoperchiato il tetto di detta parrocchiale e l’accesso della medesima dalla parte della spiaggia impraticabile".

Cappella di San Pietro (1582) 
"…altare vero quodadest sub dio diuratur" (31)

Oratorio della Foce (1593 – 1602)
Ciò avvenne grazie all’opera del Venerabile Bartolomeo da Saluzzo (o da Salutio), coadiuvato da Giovan Battista Senarega (deceduto nel 1609) e da Giovan Battista Castello. Consultando la biografia di Bartolomeo Cambi esistono due periodi in cui lo troviamo presente nella nostra città, vale a dire alcuni mesi del 1593 e il periodo dell’Avvento del 1602 (per predicare nella Cattedrale). In base agli elementi a nostra disposizione è plausibile pensare che la costruzione dell’oratorio possa essere collocata in un arco di tempo che va dal 1593 al 1602.


SEICENTO                                                                                                                               TAV. 4 SECOLO XVII

Borgo del Rivale (prima metà sec. XVII)
La “nascita” del Borgo del Rivale è stata fissata in questo periodo tenendo presente le varie “rappresentazioni iconografiche”.

Chiesetta di San Pietro (1604) 
Gli abitanti del piccolo borgo della Foce decisero di richiedere all’Arcivescovo di Genova l’autorizzazione” a vendere (32) la “vecchia area”: "umilmente la supplicano si degni concederle che detta Capella vecchia si venda all’Incanto (33) et che il danaro, se ne aveva si debba applicare alla sodetta".

Monastero e Chiesa di San Bernardo (1615 – 1625)
L’Ordine dei Bernardoni ottenne il terreno per edificare in dono (su cui era eretta una villa) dai fratelli Bernardo e Raffaele Garbarino, i quali versarono ulteriormente una somma di mille genovini.
Il progetto fu curato dal milanese Francesco da Novi: misurava 14 metri di larghezza, 16 metri di lunghezza e 12 metri la dimensione del presbiterio.

“Fronti Basse” (1626 – 1633)
Si trattava di una linea difensiva che dalle mura di Carignano scendevano nella piana del Bisagno per risalire a Montesano. Fu un ostacolo alla produzione agricola.

Cappelle del Lazzaretto (ante 1630)

Borgo della Foce (1650: dati demografici) 
Nella prima metà del secolo gli abitanti (34) della Foce sono di "settanta anime".

Chiesa dei Santi Nazario e Celso (1658 – 1659)
Il 28 luglio 1659 la chiesa fu riaperta al culto: fu costruita ad una sola navata e fu posta al fianco della Torre Saracena così come si vede dalle immagini, a noi pervenute, della seconda metà dell’Ottocento. Le dimensioni di questa chiesa erano assai più modeste della precedente romanica: la navata era lunga, compreso il coro quadrato con due “cappelle sfondate” (altari minori) ai lati, circa quattordici metri ed era larga circa sette metri.

Assedio Francese (1684: danni riportati)
Oratorio della Foce: l’edificio subì alcuni danni strutturali e probabilmente la perdita dell’archivio.
Chiesa di San Vito: dopo il bombardamento la chiesa necessitava di un urgente restaurato;la situazione fu parzialmente risolta, nel 1690, dal priore del convento di Santa Maria di Castello, Vincenzo Acquarone.

La Foce nella “visione” del XVII secolo: Incisione del Baratta (1636)
La rappresentazione, pur non riproducendo una situazione reale, è significativa: alla foce del Bisagno è presente un edificio di due piani, orientato di circa quarantacinque gradi rispetto alla recinzione del Lazzaretto che è possibile scorgere in un dipinto di epoca successiva. Un particolare interessante è rappresentato da un edificio, posizionato sul retro delle case allineate, che potrebbe essere una chiesetta: prendendo in considerazione che il quadro è datato al 1636, mentre la costruzione della “chiesa nuova” è fissata dopo il 1604 (vedi nota 1), l’autore l’ha riprodotta in “base a ricordi” senza recarsi effettivamente sul luogo. La presenza di alcune costruzioni nella zona del Borgo del Rivale, o nel gruppo dell’attuale Vico Chiuso Lorenzo Pareto è incerta: gli edifici rappresentati potrebbero riprodurre un’immagine fantasiosa. Figura 2: Baratta (1636)  


NOTE
1) L’etimologia del nome Bisagno: potrebbe derivare da una nome composto latino bis – amnis: da tradurre in “due fiumi”, ricordando che, all’origine, è formato da due confluenti.
Da un autore latino del I secolo d.C., Plinio il Vecchio – Naturalis historia III (citato in Fontes Ligurum Società Ligure di Storia Patria, Genova 1976, pp. 33 – 34), abbiamo una rapidissima descrizione dei toponimi della Riviera Ligure, nella parte inerente l’attuale Genova narra quanto segue: …flumen Porcifera, oppidum Genua, fluvius Fertor. La traduzione per fluvius Fertor, effettuata dagli studiosi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di Genova degli anni Settanta, è “fiume Bisagno”. Da un forum di discussione dell’Accademia della Crusca del 2003, inerente l’elaborato antico sopra citato, apprendiamo quanto segue: Nelle note a questo passo non ho poi trovato alcuna spiegazione relativa al “fluvius Fertor”, nominato subito dopo tra Genova e l’attuale Portofino. Il “Dizionario di Toponomastica” non consente di attribuire quest’altro idronimo all’attuale Bisagno (come sembrerebbe logico guardando l’oroidrografia dei luoghi) ma nemmeno lo esclude esplicitamente: l’unica alternativa possibile mi sembrerebbe il torrente Recco, corso d’acqua comunque minore e anch’esso denominato in modo assai differente in età latina; pensare all’esile Boate (peraltro ricordato dal Guicciardini) o alla più consistente Entella implicherebbe anche di supporre un’irregolarità nell’ordine dell’elenco o una corruzione del testo. Vedi anche EMANUELE CELESIA, Della topografia primitiva dell’antica Genova, Genova 1886.
2) Forse in un periodo compreso tra il 4790 e il 4460 a.C.
3) Nel VII secolo a.C. il livello del mare, nell’aerea della Foce, era più basso di circa due metri, mentre in epoca romana era situato a circa 1,5 metri al di sotto dell’attuale (CF. MARCO FIRPO & PIERA MELLI, Un approdo nel Bisagno ? in Archeologia Metropolitana, pp. 35 – 36).
4) Tutto ciò fu possibile, probabilmente, perché la zona in questione era riparata dai venti, soprattutto dal Libeccio che flagellava la costa. L’approdo fu utilizzato fino al suo definitivo insabbiamento: questo cambiamento avvenne a seguito di “oscillazioni climatiche” del Tardo Olocene, con eventi caldo-aridi, caratterizzati da desertificazioni delle aree costiere del Mediterraneo con accumuli di volumi di sabbie eoliche ed eventi freddo-umidi, che hanno causato la deposizione di ingenti masse di sedimenti alluvionali sulle pianure costiere. (CF. M. FIRPO & P. MELLI, Un approdo nel Bisagno ?, p. 36; vedi anche MICHELA BOMPANI, La Superba è nata in riva al Bisagno “Genova era un porto fluviale” articolo su Repubblica del 3 aprile 2010).
5) Prima dell’XI secolo la zona oggetto del presente studio era ancora paludosa, come dimostrano i toponimi Acqualonga e Braida (terreno suburbano tenuto a pascolo). Si può ipotizzare che le ”opere di bonifica”, effettuate nella zona acquitrinosa della Foce Altomedioevale, possano essere state intraprese dai monaci del monastero di Santo Stefano, così come avvenne in altre zone della città; è da riportare inoltre che in questo periodo la proprietà del territorio compreso tra la foce del Bisagno e del torrente Sturla era di proprietà dei monaci benedettini: "... loro spettanti sul territorio che dalle sponde del Bisagno spaziava al rivo Vernazza, e dalla strada Romea fino al mare" (F. ALIZIERI, Guida artistica, p. 582. CF. L. T. BELGRANO, Atti Società Ligure di Storia Patria: Cum decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare. CF. Manoscritto Biblioteca Universitaria, N° 255, Miscellaneo di scritture ecclesiastiche: Domenicalij, quae ipsi qui abitavi, et habitaverint in Civitate Januae et in Burgo, et in Castro, in praesentibus quod in futuris temporibus a flumine Besagni usque flumen Sturlae).
6) Il testo della lapide è citato da diversi critici: NICOLO’ PERASSO, Memorie e notizie di chiese e opere pie di Genova, manoscritto, c. 246 – 249 A.S.G., Manoscritti secolo XVIII, numero 844: "si conserva incorporata in poca distanza dal Piedistallo dell’antichissima Torre di Albaro";
GIACOMO GISCARDI, Origine delle Chiese, Monasteri e luoghi pii della città e riviere di Genova, ms. del XVIII secolo, c. 373 – 374 B.B.G.S.C., MCF IL 4: alla parete esteriore di detta Chiesa; PAOLO NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso e della loro chiesa in Albaro, in "La Settimana Religiosa", Genova 1931, p. 365), fornisce una sua personale trascrizione: Intra conseptum macerie locus diis minibus dicatus (probabilmente tratta dal Giscardi).
7) PIERO BARBIERI, Forma Genuae, Genova 1937, TAV. 5.
8) FEDERICO ALIZIERI, Guida artistica per la città di Genova, vol. 1, Genova 1846, p. 583.
9) PAOLO NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
10) LAZZARO DE SIMONI, Le Chiese di Genova, Genova 1948, p. 129.
11) EMANUELE CELESIA, Della topografia primitiva dell’antica Genova, Genova 1886, p. 23.
12) F. ALIZIERI, Guida Artistica, p. 583.
13) Miscellaneo di scritture ecclesiastiche relative a Genova, Codice Cartaceo n° 255, secolo XVII(Biblioteca Universitaria di Genova, MS B VII 28).
14) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246r.
15) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 129.
16) LUIGI TOMMASO BELGRANO, Atti Società Ligure di Storia Patria, VOL. II, p. 27, Genova 1871. Atto redatto nel maggio dell’anno 987 dal Notaio Fulconio, nel quale è documentato che il Vescovo Giovanni II avvallò la donazione (inter vives), fatta dalla famiglia Del Giudice ai monaci benedettini di Santo Stefano (nella persona dell’abate Eriberto), per ufficiare la Basilica Sancti Nazarii que fundata est prope ripa maris in loco qui dicitur Albario ubi ad Sanctos Peregrinos
17) N. PERASSO, Memorie e Notizie, c. 246v.
18) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
19) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 130.
20) DOMENICO CAMBIASO, L’anno ecclesiastico e le feste dei Santi in Genova.
21) Cartario Genovese, in Atti della Società Ligure di Storia Patria,Vol. II, p. 27, Genova 1870.
22) Si intende la coltivazione di una vigna in un terreno ben dissodato.
23) A.S.G., Archivio Segreto, n° generale d’ordine 1509, documento 88.
24) AGOSTINO OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte per la storia Genovese esistenti nella biblioteca della R. Università Ligure, Genova 1855, p. 40. Da G. OTTONELLI, Vedute, p. 10,leggiamo una notizia (non verificata) nella quale si fa cenno ad un manoscritto, redatto da un certo Argiroffo, per l’acquisto di un terreno, nel 1345, nei pressi della crosa di San Nazaro.
25)PAOLO NOVELLA, L’antica chiesa di San Pietro in La Settimana Religiosa Anno 1931, p. 472. ANGELO REMONDINI, Le Parrocchie suburbane, Genova 1882, p. 93.
26) ANDREA DE CAIRO, Venditio 23 ottobre 1448, filza 4 (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 784, atto n° 272).
27)ANDREA DE CAIRO, Locatio 5 gennaio 1490, filza 45 (A.S.G., Notai Antichi, filza – n° generale d’ordine 825, atto n° 6). CF. Manoscritto Biblioteca Universitaria, N° 255, Miscellaneo di scritture ecclesiastiche.
28) ANDREA DE CAIRO, filza 39 (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 819).
29) AGOSTINO GIUSTINIANI, Annali della Repubblica di Genova, Genova 1537 (riedizione del 1846 curata dallo Spotorno.
30) NICOLO’ PERASSO, Memorie e notizie di chiese e opere pie di Genova, manoscritto secolo XVIII, c. 247 (A.S.G., Manoscritti, numero 844)
31) FRANCESCO BOSSIO, Liber Visitationum, manoscritto, Genova 1582 (A.S.G., Manoscritti, numero 547)
32) Fu venduto ad un certo Giovan Maria Masucchi per un importo di 560 genovini dell’epoca il 22 luglio 1604 a rogito del Notaio Marco Antonio Molfino: l’atto in questione non è stato verificato (A.S.G., Notai Antichi, N° 4060).
33) Vendita all’incanto: vendita pubblica di oggetti privati che vengono aggiudicati al miglior offerente. 34) Descrizione dei Luoghi Terre appartenenti alla Serenissima Repubblica di Genova con dichiarazione degli introiti ed esiti spettanti alla medesima – 1629 (A.S.G., Manoscritti- N° 218, c. 114).

mercoledì 22 marzo 2017

I CARABINIERI GENOVESI ALLA FOCE


Rosa Elisa Giangoia

Diploma di partecipazione ad una gara di tiro a segno (1870 c.)

Dalla metà dell'Ottocento ogni domenica in un recinto del Lazzaretto della Foce effettuavano i loro esercizi i Carabinieri Genovesi che appartenevano alla Società di Tiro Nazionale, costituita a Genova il 30 marzo 1851 da elementi mazziniani, tra i quali Nicolò Ardoino, Antonio Burlando, Antonio Mosto, Nino Bixio e Francesco Bartolomeo Savi. Lo scopo degli organizzatori era quello di addestrare i giovani operai e gli studenti all'uso della carabina e poter introdurre legalmente armi e munizioni, necessarie alle gare e alle esercitazioni, ma che in realtà erano raccolte in vista delle future insurrezioni. Divennero provetti tiratori e, con le loro armi di precisione di fabbricazione svizzera, riuscivano a colpire la testa di un chiodo posto a trecento metri.
     Ogni mese coloro che avevano totalizzato il maggior numero di punti centrando i bersagli erano premiati con doni di vario genere, tra cui ritratti di Mazzini e di Garibaldi. Le feste in onore dei vincitori si tramutavano in manifestazioni patriottiche con entusiastici "evviva" all'Unità italiana.
    Le occasioni per segnalarsi sul campo d'azione non mancarono; già nel 1857 molti soci del tiro furono implicati nei moti mazziniani di Genova; nel 1859, in quarantotto - di cui venti caddero sul campo di battaglia - parteciparono alla Seconda Guerra d'Indipendenza tra i Cacciatori delle Alpi, distinguendosi a Varese, a San Fermo e Malnate, dove - si legge nella motivazione con la quale il 20 gennaio successivo furono premiati nell'Aula Consiliare di Genova - "sostennero in soli ventotto per lo spazio di un'ora il fuoco di quattrocento tedeschi".
   Furono 85 comandati da Antonio Mosto, nella spedizione del 1860, e furono tra i pochi dei Mille a presentarsi con la propria uniforme e con armi adeguate. Diedero prova di valore e di eroismo; il 15 maggio, a Calatafimi, ben 10 di essi caddero in battaglia.
   Compiuta l'Unità e venuti meno gli scopi dell'istituzione, pur continuando l'attività della Società di Tiro a segno, la Compagnia dei Carabinieri si sciolse.

     Nel 1870 fu inaugurata al Lazzaretto della Foce una lapide per i caduti dei Soci del Tiro a Bersaglio di Genova (Carabinieri Genovesi) dal 1859 al 1867:

LA SOCIETA'
DEL TIRO A BERSAGLIO DI GENOVA
I CAMPI D'ITALIA
SEMINATI DELL'OSSA DE NOSTRI COMMILITONI
TESTIMONINO AI POSTERI
DI QUANTO PREZIOSO SANGUE
EDUCAMMO LA PIANTA
DELL'UNITA' NAZIONALE

Seguono i nomi dei Carabinieri caduti nel 1859 (1), nel 1860 (16), nel 1866 (2), nel 1867 (7)

    Questa Lapide fu trasferita a Palazzo Tursi nel 1890. In quella data, in occasione del trasferimento, fu inaugurata a Palazzo Tursi una targa con questa iscrizione:

[...] LA GLORIOSA LAPIDE
DISTRUTTO IL RECINTO DEL TIRO AL BERSAGLIO
PRESSO LA FOCE DEL BISAGNO
DOVE ERA STATA POSTA NEL MDCCCLXX
NELL'ONORATO LUOGO DAL MUNICIPIO GENOVESE
A BUON RICORDO DI DUE ALTRE VIRTU'
VALORE DI ESTINTI
E RICONOSCENZA DI SOPRAVVISSUTI
MDCCCXC