martedì 10 ottobre 2017

A FORMA FOXE (1a parte)

Dall’inizio dell’Era Cristiana alla fine del Seicento


di Cagnin Daniele & Fossati Severino
Dicembre 2016

PREFAZIONE
(a cura di Rosa Elisa Giangoia)

Dal lavoro di ricerca e documentazione portato avanti collettivamente in questi anni dal Gruppo ANTICA FOCE, nelle riunioni mensili presso la Biblioteca Servitana di via Baroni, sono venuti via via emergendo molti elementi della storia del nostro quartiere che hanno documentato l’assetto e la vitalità nei secoli passati. Di tutto questo lavoro è dato riscontro in questo blog ANTICA FOCE, dove sono stati progressivamente postate le ricerche settoriali svolte. Sulla base di queste notizie, Daniele Cagnin e Severino Fossati in particolare, si sono impegnati a tracciare una mappa della zona fin dalle lontane origini preistoriche, evidenziando dapprima graficamente le probabili configurazioni e le trasformazioni di tipo idro-geologico che si dovrebbero essere verificate e registrando le poche notizie che ci sono giunte dei progressivi insediamenti umani e delle costruzioni nella zona. Ispirazione e prima documentazione per questo lavoro è stato il famoso lavoro di Piero Barbieri, Forma Genuae (1937), riportato all’attenzione qualche decennio fa da Ennio Poleggi, ma molte sono state le nuove acquisizioni per l’ambito specifico della Foce. La porzione di territorio che verrà presa in esame è quella del Comune della Foce (1808 - 1873): i confini quindi sono a settentrione l’attuale via Barabino, a levante parte dell’attuale via Nizza e via Trento e una parte di via Piave, a mezzogiorno la spiaggia e a ponente l’attuale muraglione di corso Aurelio Saffi. Difficile è stato dare un nome a questa ricerca, in quanto, se si vuole risalire in senso diacronico oltre il toponimo Foce, non si riscontrano attestazioni sicure al di là di quella dialettale Foxe che appunto per questo abbiamo scelto.

 ETIMOLOGIA

L’ipotesi che primeggia sulla rete informatica, e che nel corso degli anni è diventata di “dominio pubblico”, fa derivare l’origine del toponimo FOCE dall’antico popolo dei Focesi, coloro che “fondarono” Marsiglia intorno al 600 a.C. La notizia è stata estrapolata da Giulio Miscosi: nella sua trattazione (degli anni Sessanta: I Quartieri di Genova Antica) ci racconta che tale notizia è presente anche in altri “storici” tra cui Girolamo Serra. Ma leggiamo quanto riferisce: «...il suo nome proviene, non già dal trascurabile sbocco a mare del torrente, ma dall’antichissima residenza dei Focesi. Questa tesi sarebbe avvalorata dalla collina di Fogliensi (Phocensis) dove ora sorge la chiesa di San Pietro e la regione di Foce Alta. Infatti più tardi, verso il Mille, si creò in questo ameno colle, l’ordine dei Fogliensi, che presero il nome dal luogo dove fu eretto il monastero». Che l’antico Borgo della Foce possa essere stato, in epoca preromana, la “residenza” del popolo Focese (probabilmente occasionale, visto i presunti traffici commerciali con la popolazione autoctona), non ci sentiamo di escluderlo a priori, ma nello stesso tempo possiamo escludere che siano stati i “fondatori” di un antico nucleo abitativo. Da quanto detto possiamo quindi prendere in considerazione questa tesi, come “tradizione popolare”, forse consolidata negli anni Sessanta del secolo precedente, e di cui anche il Miscosi, probabilmente, non è certo, questo perché non approfondisce la fonte, tanto è vero che conclude tale argomento in maniera sbrigativa, dicendo: «Tralasciamo quest’epoca che chiameremo eroica, dove il lettore può pensarla come meglio gli aggrada». La “tesi scientifica” più accreditata farebbe derivare il toponimo Foce dalla parola latina Faucis, da intendersi come “passaggio angusto”.A convalida di questa interpretazione etimologica si può portare il fatto che esistono toponimi Foce anche in altre zone d’Italia, in luoghi dove nessun corso d’acqua sbocca in mare e sovente anche in posizione elevata. Così a La Spezia abbiamo la frazione La Foce, alta rispetto alla città, a oltre 6 chilometri di distanza; pure a Massa – Carrara troviamo una località chiamata Foce, proprio dove i due nuclei cittadini sono separati da alture collinari. Anche nel comune di Montemonaco (AP) si trova una frazione Foce a 945 m. sul livello del mare. Inoltre il toponimo di Fiumicino, vicino a Roma, ha origine simile, in quanto prende nome da Foce micina (piccola foce), già in uso al tempo dei Romani per indicare la Fossa Traiana (oggi Canale di Fiumicino), mentre ora una via Foce micina corre parallelamente, più a nord. Bisogna aggiungere, a conferma di quanto appena affermato in modo inconfutabile, che nell’epoca sopracitata la zona dell’attuale Foce non era ancora formata geologicamente: non esisteva!

TAVOLA 1   TAVOLA 1 (raffronto)

 PROTOSTORIA TAV. 1 (raffronto)
Le notizie più antiche che interessano la Piana del Bisagno (1) sono quelle archeologiche che provengono dallo scavo per la costruzione del parcheggio in Piazza della Vittoria e dallo scavo della metropolitana in Piazza Brignole: sono state trovate tracce di presenze umane d’epoca Neolitica (2)(un palo risalente al V-IV millennio a.C.) e dell’epoca del Bronzo Antico (un muro lungo dieci metri e largo due, che può essere interpretato come argine o come muro di contenimento di una strada, risalente all’inizio nel II millennio a.C.).

Commento storico 
Per quanto riguarda la zona della Foce, tale affermazione è interessante perché ci permette di affermare che a quel tempo il mare entrava molto all’interno dell’attuale sbocco al mare, e che l’area di Terralba o era una insenatura del mare o un acquitrino, anche per le acque dei torrenti che scendevano dai Camaldoli e dalla collinetta di Santa Tecla. Come conseguenza la Piana del Bisagno non esisteva, se non in minima parte; il ritrovamento della tomba etrusca presso la stazione della metropolitana all’Acquasola, del VII (3) - VI secolo a.C., ha fatto formulare l’ipotesi che il più antico porto (4) di Genova fosse in realtà nel Bisagno, nella zona tra Brignole e piazza della Vittoria, formando un’ampia ansa. Solo in seguito, a causa sia del parziale interramento sia forse per un mutato regime della portata del torrente, sarebbe stato spostato nella nota insenatura del Mandraccio. La piana si è andata formando con pietrame e poco alla volta con le frequenti alluvioni si è ricoperta di terra. Si può immaginare che ancora in epoca romana in parte fosse pietrosa e solo nella Tarda Antichità o nell’Alto Medioevo (5) si sia trasformata totalmente in terreno agricolo coltivabile, salvo naturalmente ai margini, sia verso il mare sia verso il torrente.

EPOCA ROMANA                                                                                                               TAV. 1 FINO AL V SECOLO d. C.
Necropoli
Da una lapide (6), presente dal 1830 nell’Università di Genova, apprendiamo che: Intra consaeptum maceria locus Deis Manibus consacratus, traducibile in: "il luogo entro lo spazio cinto da muro a secco è consacrato agli Dei Mani", l’interpretazione più attendibile relativa al termine “spazio cinto”, è cimitero.

Commento storico
Tale tesi è stata argomentata per la prima volta sul finire del Settecento da Nicolò Perasso: "…prima della nascita del Rendentore circondata da una Maceria dentro di cui v’era il Cimiterio de Gentili consacrato alle Sognate Deità dell’anime de loro defunti". Anche Federico Alizieri, che non conosceva lo scritto del Perasso, arriva alla stessa conclusione e in maniera più approfondita: "Se pure è ardir troppo l’arguire da quel maceria un’ustrina (7) già quivi esistente ove i cadaveri dalla città si mandassero ad ardere, ben potrà giudicare il più timido che un chiuso cimitero a tempi remoti della romana gentilità servisse o nel luogo presente o non molto discosto ad uso degl’inquilini di questo contado" (8).
Consultando i testi del Novecento si evince che il Novella (9) era poco possibilista su questo tema affermando: "forse era il pubblico cimitero". L’ultimo “critico” esaminato è il De Simoni: "cimitero pagano tramutato in chiesa cristiana (10).
TAVOLA 2

 ALTO MEDIOEVO                                                                                                                TAV. 2 FINO ALL’ANNO MILLE
Torre Saracena (920 – 940)
La tradizione vuole che il campanile della chiesa dei Santi Nazario e Celso, era la torre quadrata posta a guardia contro gli attacchi saraceni, costruita dopo l’anno 934 quando "un tal eccidio per altro scaltri i Genovesi a premunirsi di nuovi baluardi e a fortificare perfino le foci dei torrenti Bisagno e Polcevera" (11).
Secondo l’Alizieri (12) l’aspetto del “monumento” è indizio di remota antichità, ma nutre dei dubbi su chi possa essere stato il suo effettivo autore: "poté anche essere fatta per tener fronte ai Saraceni che di que’ tempi avean preso a infestare con ispesse correrie le riviere del mare ligustico".
Forse la famiglia Del Giudice secondo il manoscritto (13) del secolo XVIII della Biblioteca Universitaria.
Oltre al periodo risulta discordante anche il nome: il Perasso (14) la cita come "Torre d’Albaro", mentre il De Simoni (15) la nomina come "Torre di San Nazaro" (del promontorio omonimo).

Commento storico
Nelle zone depredate dai Saraceni, esiste una grande abbondanza di edifici e rovine che vengono collegati con il loro nome: a centinaia si potrebbero contare le torri e i castelli detti “dei Saraceni”, se non che tutti i resti di edifici, che leggende popolari ben radicate amano collegare agli incursori mussulmani, sono normalmente di epoca assai più tarda e non hanno mai avuto niente a che fare con essi. Il termine “saraceno” passò, spesso e volentieri, ad indicare tutto ciò che all’occhio dell’inesperto risultava di antichità non determinabile.

Cappella o Edicola Votiva dei Santi Nazario e Celso (ante 987)                                          TAV. 2
Le prime notizie certe sulla “chiesa” risalgono alla fine del X (16) secolo. Secondo il Perasso (17) una prima costruzione, forse una piccolissima cappelletta, ("angusta come era nel suo primo essere") era già presente fin dalla remota antichità, sorta per commemorare in modo dignitoso il ricordo della “celebrazione della prima messa”: "i Genovesi […] eressero a loro onore un tempio in distanza di 60 passi dalla prememorata Torre. Questo fu coltivato, e venerato dalla pietà de fedeli circa 800 anni e fin tanto che con la spiaggia circonvicina non fù divorato dalli impetuosi flutti del Mare".
Questa “tesi” è sostenuta anche dal Novella (18), il quale ci riferisce che trae questa notizia (coincidente parola per parola con quella del Perasso) da un manoscritto presente nella biblioteca del convento dei Padri Minori Conventuali della chiesa di San Francesco d’Albaro.
Dal De Simoni (19) abbiamo un ulteriore ipotesi: "Nessun documento vi accenna, e questo per la durata di non meno di otto secoli, fino a quando la chiesa dei santi Nazario e Celso scomparve silenziosamente, come silenziosamente era sorta, tra i gorghi del mare".

Commento storico
Analizzando in maniera più approfondita il testo del Perasso si viene “assaliti” da “comprensibili” dubbi: è discutibile fissare in otto secoli il periodo di culto di questi martiri, considerando che la leggenda dei martiri, in ambito locale, è da fissare in un periodo compreso tra il VI e VII secolo; anche la distanza di sessanta passi (circa cento metri) appare poco accettabile: la costruzione sarebbe da collocare nella piccolissima spiaggia (20).

PIENO MEDIOEVO                                                                                                               TAV. 2 DALL’ANNO MILLE ALLA FINE DEL XIII SECOLO

Chiesa dei Santi Nazario e Celso (sec. XI) 
La presunta “chiesa paleocristiana” probabilmente fu restaurata o ricostruita nel secolo XI, all’epoca delle ricostruzioni benedettine (come Santo Stefano, San Siro, Santa Sabina), e fu posta ad undici passi dalla torre: com’era consuetudine del Medioevo fu rivolta con l’ingresso a Ponente. La chiesa fu fabbricata a tre navate e le cappelle furono consacrate alla Madonna (quella destra, la più vicina al mare), al Santissimo Crocifisso (quella sinistra) e l’altar maggiore fu dedicato ai santi titolari. Era presente il Coro con i suoi sedili, il battistero, alcuni sepolcri con lapidi marmoree e la Canonica con giardino.

Chiesa di San Vito (ante 1079)
In una trascrizione,eseguita nel 1870 (vedi Cartario Genovese (21), di un atto notarile relativo alla vendita della metà di un pastino (22) è citata la chiesa di San Vito: in loco et fundo Albario prope Ecclesia Sancti Viti.

Mulino Foce del Bisagno (1153)
In una pergamena (23) datata dicembre 1153 è citato il mulino vicino alla foce del Bisagno molendinum ad fucem.



TAVOLA 3
BASSO MEDIOEVO                                                                                                              TAV. 3
DAL SECOLO XIV ALLA FINE DEL XV SECOLO
Crosa di San Nazaro (1345) (24)

Lazzaretto (1350 – 1372)
Nel Trecento Genova, nonché tutta l’Europa, fu vittima di varie epidemie, da non dimenticare la peste nera che dimezzò la popolazione nel biennio 1348 – 1349. Per assistere questi malati furono allestite delle strutture, forse anche in tempi successivi e fuori dai centri abitati, per non trovarsi “impreparati” ad ulteriori episodi che si potessero verificare nel futuro. E’ molto probabile che l’allestimento o la costruzione di un primo Lazzaretto della Foce possa essere avvenuta in un intervallo di tempo compreso tra il 1350 e il 1372 (o forse 1383: anno dell’ultima epidemia del secolo).Quest’area era utilizzata anche per la quarantena delle merci e,come già detto, delle persone già dal 1467 (25).

Borgo della Foce (ante 1448) La prima “notizia storica” sulla zona della Foce è stata reperita in un atto (26) notarile del 1448, riguardante la vendita di una casa vicino alla spiaggia nella villa Faucis Bisannij.

Cappella di San Pietro (1387 – 1448)
La cappella o oratorio (capella sive oratorium) era “privata”: famiglia Credenza. Da un atto notarile del 1490 (27) la cappella risulta succursale della chiesa dei Santi Nazario e Celso: il Novellaci riferisce che in quell’anno il sacerdote che aveva la “cura delle anime” del borgo della Foce, tramite concessione triennale ottenuta dal Rettore di San Nazaro, era un certo prete Domenico Bacigalupo.

Costruzioni Navali (ante 1410?) 
• Prima “nave” costruita nel 1410 per Lionello Leccavello.
• Proclama dei Padri del Comune nel 1471.

Complesso monastico di Sant’Ilarione (1436 – 1474)
Agli inizi del secolo XV la chiesa di San Vito è in “capella sive rovina”, benché non sono stati ritrovati dati precisi. La “ricostruzione” fu realizzata nel periodo che va dal 1436 al 1474: nel progetto era anche previsto la realizzazione di un cimitero e l’installazione delle campane. Gli avvenimenti di questi quarant’anni sono caratterizzati da tre“personaggi chiave”: Andrea di Sant’Ambrogio (l’ideatore del “progetto” e che possiamo considerare il primo periodo), Benedetto Carletti (il periodo delle controversie) e Alessandro Raibaldi da Genova (il periodo della definizione).

Prato della Lana (ante 1484)
Questa zona, individuabile nell’attuale piazza della Vittoria, è presente in un atto notarile del 1484: Brajda Bisannis extra muros Janua in Prato Lanari (28).

La Foce nella “visione” del XV secolo: Quadro di Cristoforo De Grassi (1597)
La prima raffigurazione della zona della Foce, o per meglio dire una sua “porzione”, è presente nel famoso dipinto di Cristoforo De Grassi, eseguito nel 1597, che è una copia di una precedente rappresentazione del cartografo Battista Bercari: per il Poleggi è da riferire al 1481, mentre il Volpicella lo data al 1485. In tale quadro si vedono, da una prospettiva alta sul mare, le piane della foce del Bisagno (soprattutto la zona di ponente) su cui cavalieri e fanti si stanno esercitando: non è visibile il Lazzaretto. E’ presente una serie di costruzioni (probabilmente abitazioni posizionabili nella zona dell’attuale via Cecchi) allineate con la linea costiera: difficilmente riproducono una situazione reale del XV secolo; tale “incongruenza” si può spiegare ipotizzando che l’autore abbia optato per quell’area “rimasta vuota per mancanza di spazio sulla tela”. Sulla sponda sinistra si notano alcune linee difficilmente interpretabili, che molti attribuiscono alle ordinate dello scafo di un galeone. E’ improbabile che si tratta di una costruzione navale, perché se quelle linee rappresentassero le ordinate dello scafo, dovrebbe potersi riconoscere anche la chiglia, che deve venire impostata prima delle ordinate stesse perché esse si appoggiano sopra e ne seguono la forma. 


Figura 1: Cristoforo De Grassi (1597) – porzione.



TAVOLA 4

CINQUECENTO                                                                                                                       TAV. 4 SECOLO XVI

Sant’Ilarione – San Vito (1502)
La proprietà del complesso monastico è trasferita ai frati Domenicani i quali completano il restauro. Le chiesa, che era ad una sola navata, misurava circa nove metri di larghezza, circa venti metri di lunghezza, la dimensione del presbiterio era di dieci metri. Erano presenti tre altari, i due minori in legno, uno dei quali dedicato al Santo Rosario, nel quale era presente una statua in legno della Madonna. L’altare maggiore era di calce.

Lazzaretto (1512 – 1576)
Nel 1512 fu costruita una costruzione appropriata con il contributo in denaro di Ettore Vernazza e del Doge Ottaviano Fregoso. Nel 1576 l’architetto Ponsello vi operò alcune modifiche ingrandendola struttura. Il Lazzaretto era circondato da un muro che aveva un percorso quadrato, circa 260 metri di lato, aperto al centro del lato posto a mare. In pratica il vero e proprio lazzaretto occupava meno della metà dello spazio cintato, presso il mare. Il resto era coltivato e vi si trovavano due case adiacenti, poste presso il muro di levante, a metà tra il Lazzaretto e il muro a monte: probabilmente erano le case dei manenti.

Borgo della Foce (1537: dati demografici) (29)
" …e andando verso la marina si gionge alla piaggia la foce dove sono da otto a dieci case con la chiesola di S. Pietro, e la piaggia è molto atta e comoda al varar delle navi…"

Chiesa dei Santi Nazario e Celso (1544) (30)
"L’anno poi 1543 D. Prete Boero trovossi rovinata la canonica, e la navata della chiesa dalla parte del mare distrutta dai flutti, scoperchiato il tetto di detta parrocchiale e l’accesso della medesima dalla parte della spiaggia impraticabile".

Cappella di San Pietro (1582) 
"…altare vero quodadest sub dio diuratur" (31)

Oratorio della Foce (1593 – 1602)
Ciò avvenne grazie all’opera del Venerabile Bartolomeo da Saluzzo (o da Salutio), coadiuvato da Giovan Battista Senarega (deceduto nel 1609) e da Giovan Battista Castello. Consultando la biografia di Bartolomeo Cambi esistono due periodi in cui lo troviamo presente nella nostra città, vale a dire alcuni mesi del 1593 e il periodo dell’Avvento del 1602 (per predicare nella Cattedrale). In base agli elementi a nostra disposizione è plausibile pensare che la costruzione dell’oratorio possa essere collocata in un arco di tempo che va dal 1593 al 1602.


SEICENTO                                                                                                                               TAV. 4 SECOLO XVII

Borgo del Rivale (prima metà sec. XVII)
La “nascita” del Borgo del Rivale è stata fissata in questo periodo tenendo presente le varie “rappresentazioni iconografiche”.

Chiesetta di San Pietro (1604) 
Gli abitanti del piccolo borgo della Foce decisero di richiedere all’Arcivescovo di Genova l’autorizzazione” a vendere (32) la “vecchia area”: "umilmente la supplicano si degni concederle che detta Capella vecchia si venda all’Incanto (33) et che il danaro, se ne aveva si debba applicare alla sodetta".

Monastero e Chiesa di San Bernardo (1615 – 1625)
L’Ordine dei Bernardoni ottenne il terreno per edificare in dono (su cui era eretta una villa) dai fratelli Bernardo e Raffaele Garbarino, i quali versarono ulteriormente una somma di mille genovini.
Il progetto fu curato dal milanese Francesco da Novi: misurava 14 metri di larghezza, 16 metri di lunghezza e 12 metri la dimensione del presbiterio.

“Fronti Basse” (1626 – 1633)
Si trattava di una linea difensiva che dalle mura di Carignano scendevano nella piana del Bisagno per risalire a Montesano. Fu un ostacolo alla produzione agricola.

Cappelle del Lazzaretto (ante 1630)

Borgo della Foce (1650: dati demografici) 
Nella prima metà del secolo gli abitanti (34) della Foce sono di "settanta anime".

Chiesa dei Santi Nazario e Celso (1658 – 1659)
Il 28 luglio 1659 la chiesa fu riaperta al culto: fu costruita ad una sola navata e fu posta al fianco della Torre Saracena così come si vede dalle immagini, a noi pervenute, della seconda metà dell’Ottocento. Le dimensioni di questa chiesa erano assai più modeste della precedente romanica: la navata era lunga, compreso il coro quadrato con due “cappelle sfondate” (altari minori) ai lati, circa quattordici metri ed era larga circa sette metri.

Assedio Francese (1684: danni riportati)
Oratorio della Foce: l’edificio subì alcuni danni strutturali e probabilmente la perdita dell’archivio.
Chiesa di San Vito: dopo il bombardamento la chiesa necessitava di un urgente restaurato;la situazione fu parzialmente risolta, nel 1690, dal priore del convento di Santa Maria di Castello, Vincenzo Acquarone.

La Foce nella “visione” del XVII secolo: Incisione del Baratta (1636)
La rappresentazione, pur non riproducendo una situazione reale, è significativa: alla foce del Bisagno è presente un edificio di due piani, orientato di circa quarantacinque gradi rispetto alla recinzione del Lazzaretto che è possibile scorgere in un dipinto di epoca successiva. Un particolare interessante è rappresentato da un edificio, posizionato sul retro delle case allineate, che potrebbe essere una chiesetta: prendendo in considerazione che il quadro è datato al 1636, mentre la costruzione della “chiesa nuova” è fissata dopo il 1604 (vedi nota 1), l’autore l’ha riprodotta in “base a ricordi” senza recarsi effettivamente sul luogo. La presenza di alcune costruzioni nella zona del Borgo del Rivale, o nel gruppo dell’attuale Vico Chiuso Lorenzo Pareto è incerta: gli edifici rappresentati potrebbero riprodurre un’immagine fantasiosa. Figura 2: Baratta (1636)  


NOTE
1) L’etimologia del nome Bisagno: potrebbe derivare da una nome composto latino bis – amnis: da tradurre in “due fiumi”, ricordando che, all’origine, è formato da due confluenti.
Da un autore latino del I secolo d.C., Plinio il Vecchio – Naturalis historia III (citato in Fontes Ligurum Società Ligure di Storia Patria, Genova 1976, pp. 33 – 34), abbiamo una rapidissima descrizione dei toponimi della Riviera Ligure, nella parte inerente l’attuale Genova narra quanto segue: …flumen Porcifera, oppidum Genua, fluvius Fertor. La traduzione per fluvius Fertor, effettuata dagli studiosi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di Genova degli anni Settanta, è “fiume Bisagno”. Da un forum di discussione dell’Accademia della Crusca del 2003, inerente l’elaborato antico sopra citato, apprendiamo quanto segue: Nelle note a questo passo non ho poi trovato alcuna spiegazione relativa al “fluvius Fertor”, nominato subito dopo tra Genova e l’attuale Portofino. Il “Dizionario di Toponomastica” non consente di attribuire quest’altro idronimo all’attuale Bisagno (come sembrerebbe logico guardando l’oroidrografia dei luoghi) ma nemmeno lo esclude esplicitamente: l’unica alternativa possibile mi sembrerebbe il torrente Recco, corso d’acqua comunque minore e anch’esso denominato in modo assai differente in età latina; pensare all’esile Boate (peraltro ricordato dal Guicciardini) o alla più consistente Entella implicherebbe anche di supporre un’irregolarità nell’ordine dell’elenco o una corruzione del testo. Vedi anche EMANUELE CELESIA, Della topografia primitiva dell’antica Genova, Genova 1886.
2) Forse in un periodo compreso tra il 4790 e il 4460 a.C.
3) Nel VII secolo a.C. il livello del mare, nell’aerea della Foce, era più basso di circa due metri, mentre in epoca romana era situato a circa 1,5 metri al di sotto dell’attuale (CF. MARCO FIRPO & PIERA MELLI, Un approdo nel Bisagno ? in Archeologia Metropolitana, pp. 35 – 36).
4) Tutto ciò fu possibile, probabilmente, perché la zona in questione era riparata dai venti, soprattutto dal Libeccio che flagellava la costa. L’approdo fu utilizzato fino al suo definitivo insabbiamento: questo cambiamento avvenne a seguito di “oscillazioni climatiche” del Tardo Olocene, con eventi caldo-aridi, caratterizzati da desertificazioni delle aree costiere del Mediterraneo con accumuli di volumi di sabbie eoliche ed eventi freddo-umidi, che hanno causato la deposizione di ingenti masse di sedimenti alluvionali sulle pianure costiere. (CF. M. FIRPO & P. MELLI, Un approdo nel Bisagno ?, p. 36; vedi anche MICHELA BOMPANI, La Superba è nata in riva al Bisagno “Genova era un porto fluviale” articolo su Repubblica del 3 aprile 2010).
5) Prima dell’XI secolo la zona oggetto del presente studio era ancora paludosa, come dimostrano i toponimi Acqualonga e Braida (terreno suburbano tenuto a pascolo). Si può ipotizzare che le ”opere di bonifica”, effettuate nella zona acquitrinosa della Foce Altomedioevale, possano essere state intraprese dai monaci del monastero di Santo Stefano, così come avvenne in altre zone della città; è da riportare inoltre che in questo periodo la proprietà del territorio compreso tra la foce del Bisagno e del torrente Sturla era di proprietà dei monaci benedettini: "... loro spettanti sul territorio che dalle sponde del Bisagno spaziava al rivo Vernazza, e dalla strada Romea fino al mare" (F. ALIZIERI, Guida artistica, p. 582. CF. L. T. BELGRANO, Atti Società Ligure di Storia Patria: Cum decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare. CF. Manoscritto Biblioteca Universitaria, N° 255, Miscellaneo di scritture ecclesiastiche: Domenicalij, quae ipsi qui abitavi, et habitaverint in Civitate Januae et in Burgo, et in Castro, in praesentibus quod in futuris temporibus a flumine Besagni usque flumen Sturlae).
6) Il testo della lapide è citato da diversi critici: NICOLO’ PERASSO, Memorie e notizie di chiese e opere pie di Genova, manoscritto, c. 246 – 249 A.S.G., Manoscritti secolo XVIII, numero 844: "si conserva incorporata in poca distanza dal Piedistallo dell’antichissima Torre di Albaro";
GIACOMO GISCARDI, Origine delle Chiese, Monasteri e luoghi pii della città e riviere di Genova, ms. del XVIII secolo, c. 373 – 374 B.B.G.S.C., MCF IL 4: alla parete esteriore di detta Chiesa; PAOLO NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso e della loro chiesa in Albaro, in "La Settimana Religiosa", Genova 1931, p. 365), fornisce una sua personale trascrizione: Intra conseptum macerie locus diis minibus dicatus (probabilmente tratta dal Giscardi).
7) PIERO BARBIERI, Forma Genuae, Genova 1937, TAV. 5.
8) FEDERICO ALIZIERI, Guida artistica per la città di Genova, vol. 1, Genova 1846, p. 583.
9) PAOLO NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
10) LAZZARO DE SIMONI, Le Chiese di Genova, Genova 1948, p. 129.
11) EMANUELE CELESIA, Della topografia primitiva dell’antica Genova, Genova 1886, p. 23.
12) F. ALIZIERI, Guida Artistica, p. 583.
13) Miscellaneo di scritture ecclesiastiche relative a Genova, Codice Cartaceo n° 255, secolo XVII(Biblioteca Universitaria di Genova, MS B VII 28).
14) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246r.
15) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 129.
16) LUIGI TOMMASO BELGRANO, Atti Società Ligure di Storia Patria, VOL. II, p. 27, Genova 1871. Atto redatto nel maggio dell’anno 987 dal Notaio Fulconio, nel quale è documentato che il Vescovo Giovanni II avvallò la donazione (inter vives), fatta dalla famiglia Del Giudice ai monaci benedettini di Santo Stefano (nella persona dell’abate Eriberto), per ufficiare la Basilica Sancti Nazarii que fundata est prope ripa maris in loco qui dicitur Albario ubi ad Sanctos Peregrinos
17) N. PERASSO, Memorie e Notizie, c. 246v.
18) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
19) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 130.
20) DOMENICO CAMBIASO, L’anno ecclesiastico e le feste dei Santi in Genova.
21) Cartario Genovese, in Atti della Società Ligure di Storia Patria,Vol. II, p. 27, Genova 1870.
22) Si intende la coltivazione di una vigna in un terreno ben dissodato.
23) A.S.G., Archivio Segreto, n° generale d’ordine 1509, documento 88.
24) AGOSTINO OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte per la storia Genovese esistenti nella biblioteca della R. Università Ligure, Genova 1855, p. 40. Da G. OTTONELLI, Vedute, p. 10,leggiamo una notizia (non verificata) nella quale si fa cenno ad un manoscritto, redatto da un certo Argiroffo, per l’acquisto di un terreno, nel 1345, nei pressi della crosa di San Nazaro.
25)PAOLO NOVELLA, L’antica chiesa di San Pietro in La Settimana Religiosa Anno 1931, p. 472. ANGELO REMONDINI, Le Parrocchie suburbane, Genova 1882, p. 93.
26) ANDREA DE CAIRO, Venditio 23 ottobre 1448, filza 4 (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 784, atto n° 272).
27)ANDREA DE CAIRO, Locatio 5 gennaio 1490, filza 45 (A.S.G., Notai Antichi, filza – n° generale d’ordine 825, atto n° 6). CF. Manoscritto Biblioteca Universitaria, N° 255, Miscellaneo di scritture ecclesiastiche.
28) ANDREA DE CAIRO, filza 39 (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 819).
29) AGOSTINO GIUSTINIANI, Annali della Repubblica di Genova, Genova 1537 (riedizione del 1846 curata dallo Spotorno.
30) NICOLO’ PERASSO, Memorie e notizie di chiese e opere pie di Genova, manoscritto secolo XVIII, c. 247 (A.S.G., Manoscritti, numero 844)
31) FRANCESCO BOSSIO, Liber Visitationum, manoscritto, Genova 1582 (A.S.G., Manoscritti, numero 547)
32) Fu venduto ad un certo Giovan Maria Masucchi per un importo di 560 genovini dell’epoca il 22 luglio 1604 a rogito del Notaio Marco Antonio Molfino: l’atto in questione non è stato verificato (A.S.G., Notai Antichi, N° 4060).
33) Vendita all’incanto: vendita pubblica di oggetti privati che vengono aggiudicati al miglior offerente. 34) Descrizione dei Luoghi Terre appartenenti alla Serenissima Repubblica di Genova con dichiarazione degli introiti ed esiti spettanti alla medesima – 1629 (A.S.G., Manoscritti- N° 218, c. 114).

mercoledì 22 marzo 2017

I CARABINIERI GENOVESI ALLA FOCE


Rosa Elisa Giangoia

Diploma di partecipazione ad una gara di tiro a segno (1870 c.)

Dalla metà dell'Ottocento ogni domenica in un recinto del Lazzaretto della Foce effettuavano i loro esercizi i Carabinieri Genovesi che appartenevano alla Società di Tiro Nazionale, costituita a Genova il 30 marzo 1851 da elementi mazziniani, tra i quali Nicolò Ardoino, Antonio Burlando, Antonio Mosto, Nino Bixio e Francesco Bartolomeo Savi. Lo scopo degli organizzatori era quello di addestrare i giovani operai e gli studenti all'uso della carabina e poter introdurre legalmente armi e munizioni, necessarie alle gare e alle esercitazioni, ma che in realtà erano raccolte in vista delle future insurrezioni. Divennero provetti tiratori e, con le loro armi di precisione di fabbricazione svizzera, riuscivano a colpire la testa di un chiodo posto a trecento metri.
     Ogni mese coloro che avevano totalizzato il maggior numero di punti centrando i bersagli erano premiati con doni di vario genere, tra cui ritratti di Mazzini e di Garibaldi. Le feste in onore dei vincitori si tramutavano in manifestazioni patriottiche con entusiastici "evviva" all'Unità italiana.
    Le occasioni per segnalarsi sul campo d'azione non mancarono; già nel 1857 molti soci del tiro furono implicati nei moti mazziniani di Genova; nel 1859, in quarantotto - di cui venti caddero sul campo di battaglia - parteciparono alla Seconda Guerra d'Indipendenza tra i Cacciatori delle Alpi, distinguendosi a Varese, a San Fermo e Malnate, dove - si legge nella motivazione con la quale il 20 gennaio successivo furono premiati nell'Aula Consiliare di Genova - "sostennero in soli ventotto per lo spazio di un'ora il fuoco di quattrocento tedeschi".
   Furono 85 comandati da Antonio Mosto, nella spedizione del 1860, e furono tra i pochi dei Mille a presentarsi con la propria uniforme e con armi adeguate. Diedero prova di valore e di eroismo; il 15 maggio, a Calatafimi, ben 10 di essi caddero in battaglia.
   Compiuta l'Unità e venuti meno gli scopi dell'istituzione, pur continuando l'attività della Società di Tiro a segno, la Compagnia dei Carabinieri si sciolse.

     Nel 1870 fu inaugurata al Lazzaretto della Foce una lapide per i caduti dei Soci del Tiro a Bersaglio di Genova (Carabinieri Genovesi) dal 1859 al 1867:

LA SOCIETA'
DEL TIRO A BERSAGLIO DI GENOVA
I CAMPI D'ITALIA
SEMINATI DELL'OSSA DE NOSTRI COMMILITONI
TESTIMONINO AI POSTERI
DI QUANTO PREZIOSO SANGUE
EDUCAMMO LA PIANTA
DELL'UNITA' NAZIONALE

Seguono i nomi dei Carabinieri caduti nel 1859 (1), nel 1860 (16), nel 1866 (2), nel 1867 (7)

    Questa Lapide fu trasferita a Palazzo Tursi nel 1890. In quella data, in occasione del trasferimento, fu inaugurata a Palazzo Tursi una targa con questa iscrizione:

[...] LA GLORIOSA LAPIDE
DISTRUTTO IL RECINTO DEL TIRO AL BERSAGLIO
PRESSO LA FOCE DEL BISAGNO
DOVE ERA STATA POSTA NEL MDCCCLXX
NELL'ONORATO LUOGO DAL MUNICIPIO GENOVESE
A BUON RICORDO DI DUE ALTRE VIRTU'
VALORE DI ESTINTI
E RICONOSCENZA DI SOPRAVVISSUTI
MDCCCXC



   

giovedì 3 novembre 2016

L'ARTE MEDIEVALE ALLA FOCE

DANIELE CAGNIN


Premessa
            In questo “articolo” parleremo delle cinque opere d’arte di epoca medioevale presenti, ai nostri giorni, nel territorio della Foce Antica e più precisamente nella chiesa parrocchiale di Santa Maria dei Servi (“inaugurata” nel maggio 1972 dal Cardinale Giuseppe Siri): per un maggiore approfondimento consiglio la lettura della Guida storica – artistica Santa Maria dei Servi pubblicata nel 2002, disponibile anche presso la Biblioteca Servitana; dopo questo “primo passo”, il suggerimento successivo è la “visita”: probabilmente le avrete già visionate, forse con “occhi poco critici”.
Tali “manufatti” provengono dalla distrutta chiesa di Nostra Signora dei Servi che si trovava nel rione di via Madre di Dio prima della seconda guerra mondiale, quindi in un luogo lontano dal nostro quartiere, ma di quell’epoca è molto difficile ritrovare qualche “reperto originale” riconducibile alla Foce.
La fondazione del Borgo della Foce, come detto già più volte nelle precedenti ricerche1, è da fissare in un periodo compreso tra la fine del secolo XIV e l’inizio del secolo XV, e dalle fonti documentarie sappiamo che circa cent’anni dopo il “borgo” era composto da circa dieci case, quindi un numero limitato per poter lasciare un’eredità: va inoltre notato che la cappelletta di San Pietro (citata in un documento del 1448), fu demolita agli inizi del Seicento.
La “produzione artistica” che analizzeremo è la seguente: Tavola della Madonna della Misericordia di Barnaba da Modena (1377 – 1383), Lapide della Madonna della Misericordia di Pace Gaggini da Bissone (1476 ?), Lapide della Madonna con Gesù (della fine del secolo XV), L’Affresco del Santo Amore (1420 – 1430) e il Crocifisso dell’altare Maggiore (della seconda metà del XV)
.
Tavola della Madonna della Misericordia (1377 – 1383)
L’opera in questione, un unicum nel panorama artistico, è senza dubbio l’oggetto d’arte più rappresentativo della chiesa di Santa Maria dei Servi. Esaminando la tavola, realizzata con la tecnica della tempera, si possono distinguere due “temi”, uno di carattere religioso, ed è il più evidente, il secondo di carattere sociale che si “svela” dopo averne studiato la storia.
La tavola può essere paragonata ad un ex–voto (la protezione per la peste del 1372) e rappresenta la Madonna della Misericordia o del Soccorso. Risulta originale poiché il tema degli “Angeli che dall’alto saettano frecce senza misericordia”2è in anticipo di circa un secolo sull’affresco eseguito da Benozzo Gozzoli, nel 1464 per la chiesa di Sant’Agostino a San Geminiano, che molti critici considerano il “primo”. Il manto della Vergine (di esclusiva ispirazione mariana) serve da “riparo” in quanto le persone che non sono sotto la sua “protezione” muoiono all’istante.
Tra i personaggi della tavola spiccano il Vescovo di Genova, che era frate domenicano, Andrea della Torre (milanese, in carica dal 1368 al 1377, 30 ottobre, giorno della sua morte), tre frati Servi di Maria (Ordine sorto nella Firenze del XIII secolo), altri religiosi, alcuni mercanti o artigiani (riconoscibili dalla foggia dei vestiti: da notare che esistono quattro “figure” ben definitive, si può ipotizzare che siano i priori della Consortia de li Foresteri3), alcune donne con i lineamenti poco definiti e rigorosamente divise dai quindici maschi: dei personaggi femminili sono distinguibili nove figure in bianco, sicuramente delle religiose, l’unica figura femminile ben definita è quella dai “capelli fluenti” con in capo un diadema: potrebbe essere la moglie del Duca albanese (citato negli statuti della compagnia sopra citata), e forse lo stesso autore Barnaba da Modena (che soggiornò a Genova dal 1361 al 1383, probabilmente insieme ad allievi senesi), implorante anche lui la sua parte di protezione contro il terribile male. Il gruppo di persone sopra nominate, sono tutte forestiere: una concentrazione così numerosa non deve sorprendere, anzi ci deve far riflettere su come in un epoca distante dalla nostra circa sette secoli, “l’ospite straniero” non era discriminato veniva accolto (probabilmente dovuto anche alle “ricchezze economiche” che portavano in dote), con ampio senso di tolleranza, sembra un inno all’universalismo.
Il periodo di realizzazione della tavola è stato ipotizzato in un intervallo compreso tra il 1377, la data di morte del Vescovo e il 1383, l’ultima data nota dell’autore a Genova. Il primo critico che attribuì al Barnaba la tavola fu lo studioso tedesco Wilhelm Suida nel 1906.
Cosa successe alla tavola del Barnaba durante i secoli?
Nel 1502 la chiesa dei Servi “ricevette una visita illustre”: il re di Francia, Luigi XII.
Fu ospite di Gian Luigi Fieschi, nel suo palazzo di via Lata; per sette giorni visitò molte chiese e palazzi di Genova, ma solo nella chiesa dei Servi compì la funzione caratteristica dei re di Francia (neanche nel Duomo o in altre chiese). Questo fatto si spiega con la presenza, nella chiesa, della compagnia dei forestieri, ed in particolare della copiosa presenza di francesi. Il 31 agosto il re «sul far de l’alba scese dalle alture»4per venerare la Beata Vergine Maria nella chiesa dei Servi, chiamato dai confratelli “foresti” per dare prova delle virtù miracolose che il cielo concedeva ai re francesi: guarire infermi ed in particolare gli scrofolosi. Ciò avvenne ed ad ogni guarito il monarca donava una moneta. In questa circostanza fu, affrettatamente, “restaurata la tavola”, che il fumo dei ceri e degli incensi, per oltre un secolo, ne aveva offuscato la bellezza primitiva: fu ridato l’oro e sul manto furono dipinti grossolanamente e di fretta undici gigli di Francia, probabilmente per «compier opera gradita al Re»5.
Durante la peste del 1532, il Senato della Repubblica, con a capo il “Serenissimo” Battista Spinola (figlio di Tommaso) si recò ad implorare l’aiuto di Maria Addolorata per la cessazione del tremendo flagello; a seguito di questa calamità Marcello Remondini6attribuì a questo secolo la “nostra tavola”7.
Agli inizi del Seicento i confratelli della Confraternita della Vergine dei Sette Dolori, sorta sul finire del XVI secolo, per manifestare la propria presenza all’interno della chiesa dei Servi, fecero dipingere sul petto della Madonna della Misericordia sette spade tolte poi con il restauro del 1952.
Durante le manifestazioni per la Giornata Mondiale della Gioventù, la tavola, dopo aver eseguito un intervento di restauro, è stata esposta nel museo diocesano di Cracovia.

Figura 1: Barnaba da Modena – Madonna della Misericordia



Lapide della Madonna della Misericordia (1476 ?)
Forse è opera dello scultore lombardo Pace Gaggini (o Gagini) da Bissone (di cui si hanno notizie nel periodo 1493 – 1522, figlio di Beltrame), le sue dimensioni attuali sono: altezza cm. 98,5, larghezza cm. 62,5. Era sicuramente di proprietà della Consortia de li Foresteri perché è ancora presente il tema della protezione della Vergine con il suo manto.
La riproduzione della Madonna è un’esile figura con le braccia poco proporzionate al corpo, e con mani molto grandi. Vi sono due angeli che reggono, come nel caso della tavola, il manto sotto al quale troviamo a sinistra delle persone maschili senza copricapo e a destra delle figure femminili con un velo sopra la testa.

Figura 2: Pace Gaggini da Bissone (?) – Lapide Madonna della Misericordia



Lapide della Madonna con Gesù (sec. XV)
Di che anno è?
Questa è la stessa domanda che si fece Adolfo Bassi8nella sua trattazione del 1928, perché purtroppo manca ogni riferimento temporale: il critico Federico Alizieri9, nel 1846, pur dubitando che una parte della lapide si celasse sotto all’intonaco, sperava di trovare la data e l’autore, ma la lapide è così come si vede ai giorni nostri.
Probabilmente è della fine del secolo XV, quindi di epoca successiva alla lapide precedente perché viene a mancare il “tema devozionale della protezione”: questa è anche la conclusione a cui arrivò il critico Mario Labò10nel 1927 ma soprattutto il già citato Alizieri11.
Si è usato il condizionale, sulla datazione, in quanto proprio il Bassi sostenne che l’uso dei caratteri gotici e non romani, come per altre lapidi di proprietà della consorzia, possa far risalire la lapide al 1414, l’anno di consacrazione “dell’altare di proprietà, o di epoca poco successiva.
Fu eseguita o, molto più probabilmente, commissionata da Corrado di Francoforte, socio o benefattore della Consortia de li Foresteri; le sue dimensioni attuali sono: altezza cm. 73,5, larghezza cm. 48. Per darne una descrizione precisa dell’immagine riporto le parole scritte dallo storico Remondini12: «L’atteggiamento del Bambino è veramente grazioso; ei tiene sul petto della madre distesa la mano sinistra, e si accosta bambinescamente alla bocca l’indice della destra. La Madonna poi che l’ha sui ginocchi, lo tiene fermo a mezza la personcina con una mano, e coll’altra tiene a piedi di lui un libro.»
Un’ultima osservazione: nella parte inferiore della lapide sono scolpiti due “vertici di triangolo” sormontati da due esigue croci; nessuno degli autori citati fin ora riporta tale raffigurazione … l’unico che ne fa menzione è il Portigliotti, il quale “sbriga la pratica” con la seguente frase: «simbolo o emblema di oscuro significato»13.
E’ possibile che non abbiano alcun valore artistico? Sarà un’aggiunta postuma? Sarà stato questo “secondario” fregio a far dubitare l’Alizieri sul fatto che la lapide non fosse completa?
Purtroppo a tutte queste domande non si potrà dare una risposta certa e sicura, mancando i documenti comprovatori si possono soltanto formulare delle ipotesi poco attendibili.

Figura 3: Anonimo secolo XV – Lapide della Madonna con Gesù



Affresco del Santo Amore
            Uno dei quesiti che ancora tutt’oggi, anche a seguito del restauro del 2013, non ha trovato una soluzione definitiva, è il nome del pittore. Consultando le fonti a disposizione in maniera cronologica notiamo che tutte si contraddicono: agli inizi del Novecento il Novella14ci riferisce che fu eseguito dal pavese Lorenzo Fazolo15, negli anni venti del secolo scorso il Labò lo attribuisce ad un quattrocentista ritardatario16, da un pubblicazione17relativamente recente l’autore è fatto coincidere (forse per una questione “campanilistica”) con Andrea d’Alessandria, frate Servo di Maria. A seguito del restauro, la “lettura iconografica” pone come intervallo temporale il decennio compreso tra il 1420 e il 143018, lasciando anonimo l’artista.
Chi ebbe la possibilità di esaminare l’affresco prima del 1942, poté notare che fu eseguito in due riprese.
La “parte centrale” rappresenta una MADONNA DI MAESTA’ di tipo trecentesco ed era circondato da due lesene19che reggevano una cimasa20.
Nella “fascia circostante” furono dipinti, in un secondo tempo, dei personaggi biblici (quelli attualmente rimasti sono i profeti Giona e Geremia, il patriarca Giacobbe e i re Davide e Salomone), delle teste di cherubini e Cristo fuori del sepolcro: quest’ultimo fu quasi distrutto per murare il ciborio21in un altarino e il tutto era sormontato da un “arco scemo”, entro cui era dipinto “Dio Padre Benedicente”, anche quest’opera fu realizzata da un pittore ligure – lombardo nel Cinquecento.
L’intero affresco fu disposto in una cornice marmorea di epoca rinascimentale, eseguita nel 1506 ed attribuibile ai fratelli Giovanni e Michele D’Aria di Como22, era sicuramente una delle cornici di altari più perfette che esistevano in Genova.
L’altare, invece, fu rifinito probabilmente da Giovanni d’Alessandria (frate Servo di Maria) non escludendo che possa essere il “dedicatore” dell’altare stesso: questo lo sappiamo da un iscrizione che era presente nella parte inferiore che recitava «Frater Johannes de Alexandria Ordinis Sancte Marie Verginis Jesus Christi Amor MDVI»23.
Nel corso dei secoli lo stesso affresco fu ritoccato «ne` panni»24e contraffatto dagli ex–voto dei fedeli. Il manto era stato dipinto con un costoso lapislazzulo, con del cinabro lo sfondo rosso, decorato in origine come un “tessuto operato”: nella prima metà dell’Ottocento fu eseguito un restauro (il Bartoletti25sostiene che fu uno sciagurato intervento nel corso del XIX secolo) riguardante il manto, eseguendolo con il blu di Prussia con del cromato di piombo. Altro restauro26fu eseguito, in maniera molto frettolosa, nel 1944: l’intervento moderno ha restituito la migliore leggibilità possibile a un dipinto, ancorché frammentario, soffocato e snaturato dallo stesso restauro del 1944.
Dal Libro delle Memorie del Convento (periodo 1818 – 1942), veniamo a sapere che nel XIX secolo l’affresco “avrebbe operato” due miracoli: il primo è registrato il 19 gennaio 1819 di una parrocchiana che si trasferì in Medio Oriente; il secondo è datato 8 agosto 1884, e il nome della parrocchiana è Caterina Cabella.

Figura 4: Anonimo 1420 - 1440 - Affresco del Santo Amore



Crocifisso dell’Altar Maggiore
Da sempre attribuito ad Anton Maria Maragliano (1666 – 1739 o 1664 – 1731), o forse alla sua scuola, a seguito del restauro conservativo (eseguito nel triennio 2009 – 2011), tale affermazione non trova più un riscontro attendibile: l’opera è da retrodatare e collocare nella seconda metà del secolo XV.
Possiamo supporre che il Maragliano, o la sua scuola, eseguì un “lavoro di restauro” sul finire del Seicento: in questa fase fu ridato il colore.
Un’ulteriore “lavoro di consolidamento” fu eseguito nell’Ottocento: nel retro del corpo è stata ritrovata una carta incollata che riporta la data del 28 ottobre 1840; anche in questa occasione fu ridato il colore, furono aggiunti, però, i seguenti elementi: barba e capelli, il “perizoma a svolazzo”, il cartiglio e la croce lignea dal colore nero.
Anche gli autori citati fin ora sostengono che tale crocifisso non appartiene né al Maragliano né alla sua scuola: il Novella27lo cita con “beneficio di inventario”, mentre il Labó28riferisce che esso potrebbe essere anteriore al periodo del Maragliano.

Figura 5: Anonimo secolo XV - Crocifisso
NOTE
1          In merito si consiglia la lettura dell’articolo La Chiesa di San Pietro nel Borgo della Foce…quattrocento anni di storia (anticafoce.blogspot.it, settembre 2015).
2          Questa credenza, secondo una comune mentalità medioevale, rappresenta lo strumento della divina giustizia irata; tale concetto lo ritroviamo anche nelle credenze popolari legate alla leggenda sulla peste di Roma dell’anno 590, descritte da Jacopo da Varazze, il quale racconta che si vedevano delle saette scendere dal cielo.
3          Il nome della confraternita (fondata ufficialmente il 10 agosto 1393) non è uniforme: Consortia, Societas Foresterorum o Exterorum; fu chiamata anche “Compagnia delle Quattro Nazioni” (come si poteva vedere all’Archivio Arcivescovile, “Scatola di Sant’Andrea” e “Scatola di Santa Maria dei Servi”, a seguito della seconda guerra mondiale tali documenti rimasero distrutti da una bomba che colpì l’edificio)*, cioè della Romana che comprendeva anche “popoli” napoletani e toscani, della Lombarda nella quale erano rappresentati veneziani e piemontesi, della Tedesca e della Francese; anche in questi due ultimi casi erano compresi altri popoli; forse gli unici non rappresentati erano gli inglesi e gli spagnoli, probabilmente per problemi politici: in un secondo tempo, quest’ultimi, prevalsero e con la loro ostilità la fecero decadere agli inizi del Seicento.
In epoca successiva fu chiamata Società di Santa Barbara. Essendo rappresentate quattro nazioni, gli statuti (scoperti agli inizi del ventesimo secolo, e che erano stati approvati ufficialmente il 19 aprile 1480, periodo in cui la “società” era nel massimo splendore, dal Cardinale Arcivescovo Paolo di Campofregoso) della confraternita prevedevano che ogni anno i “sindaci” (o priori) dovessero essere quattro, uno per ogni “nazione” e affiancati da consiglieri che potevano essere anche donne.
Per approfondire le conoscenze su questa società si possono visionare i seguenti libri: CASSIANO DA LANGASCO – P. ROTONDI; La Consortia de li foresteri a Genova, una Madonna di Barnaba da Modena e uno statuto del Trecento […], Genova 1957, p. 7 (B.B.G., Gen C 209); A. BASSI, Giornale Storico Letterario, Genova 1928 (B.B.G., GenB 245/11). La nascita di queste “confraternite straniere” era una costante anche di altri conventi servitani d’Italia, come Perugia, Viterbo e Firenze, ma tutti di epoca successiva a questa genovese.
4          A. BASSI, Giornale Storico Letterario, Genova 1928, p. 27.
5          Idem.
6          M. REMONDINI, I Santuari e le immagini di Maria a Genova, p. 153, Genova 1865.
7          Altri la considerarono un “residuo” del polittico di Pietro Resaliba; fu venerata da molti fedeli questa immagine (la stessa alla quale il governo genovese dell’epoca chiedeva aiuto per la fine delle epidemie); le cronache del tempo ci riferiscono che nella zona della chiesa dei Servi avvennero alcuni miracoli: in tutti i casi ai graziati comparve l’immagine sopra descritta. Sarà per questo motivo che la popolazione era molto devota alla “Madonna dei Servi”.
8          BASSI, Giornale Storico, p. 25.
9          F. ALIZIERI, Guida artistica per la città di Genova, vol. 1, Genova 1846, p. 236.
10        G. A. M. BONO – M. LABO’, Nostra Signora dei Servi – Le chiese di Genova illustrate – Vol. 3, Genova 1927, pp. 31 – 32.
11         ALIZIERI, Guida artistica, p. 237.
12        REMONDINI, I Santuari, p. 153.
13        G. PORTIGLIOTTI, L’Ospedale dei Foresti in Il Raccoglitore Ligure, Genova 1933, p. 4.
14        P. NOVELLA, Memorie Storiche Genovesi – Santa Maria dei Servi in Settimana Religiosa del 1904, p. 462.
15        Lorenzo Fazzolo (o Fasolo, di cui si ha notizia nel periodo 1463 – 1516) di Pavia fu colui che nel 1510 ricevette incarico, dai soci della “corporazione dei fornai”, nata all’inizio del Cinquecento, per la realizzazione di due opere d’arte: l’8 febbraio un’ancona di notevoli dimensioni («dieci palmi di larghezza, quattordici di altezza») e il 30 luglio gli affreschi della loro cappella (obbligandolo a restaurarli se entro un anno si fossero formate delle macchie d’umido); l’ancona scomparve, dell’affresco, nei primi decenni del secolo scorso, ne rimase una traccia piccolissima, consistente in una testa d’angelo.
16        BONO – LABO’, Nostra Signora dei Servi, p. 32.
17        U. FORCONI, Chiese e Conventi dell’Ordine dei Servi di Maria – Quaderni e notizie, Viareggio 1978, vol. 3, p. 20 e p. 117.
18        MASSIMO BARTOLETTI, La Madonna del Santo Amore: due momenti figurativi a Genova, tra Gotico “cortese” e Rinascimento “all’antica” in La Madonna del Santo Amore in La Madonna del Santo Amore restaurata e riconsegnata alla chiesa di Nostra Signora dei Servi a Genova, Genova 2014, p. 36.
19        Per LESENA si intende un pilastro che sporge appena da un muro e ha funzione unicamente decorativa.
20        Per CIMASA si intende la parte superiore della cornice di una porta, di una finestra o di una tavola dipinta.
21        Per CIBORIO si intende l’edicola con quattro colonnine poste sopra alcuni altari; nelle chiese paleocristiane e romaniche era collocato sopra l’altar maggiore.
22        NOVELLA, Memorie Storiche, p. 462.
23        BONO – LABO’, Nostra Signora dei Servi, p. 32.
24        ALIZIERI, Guida artistica, p. 232.
25        BARTOLETTI, La Madonna del Santo Amore, p. 37.
26        Idem.
27        NOVELLA, Memorie Storiche, p. 473.
28        BONO – LABO’, Nostra Signora dei Servi, p. 39.


lunedì 23 maggio 2016

LA PIANA DEL BISAGNO

Daniele Cagnin & Severino Fossati
Generalità
I Confini - Descrizione - La visione moderna –
L’idrografia – Gli argini – La copertura –
Le attività produttive –La viabilità – I Borghi – I Comuni della Piana
La Piana del Bisagno1è limitata a levante dalla collina di Albaro e dalla cresta di San Martino, a settentrione dalle alture di Marassi e a ponente dalla collina di Carignano, dalla cresta che da questa collina si staccava verso l’Acquasola e poi le colline dello Zerbino e di Montesano nuovamente a nord.
DescrizioneDa Punta Vagno iniziava una cresta perpendicolare alla linea di costa da cui si staccava il promontorio che da via San Vito scendeva in via Morin fino quasi in via Cravero: tra questo promontorio e quello di Punta Vagno vi era la valletta di via Podgora, il cui rio più o meno scendeva da piazza Merani.
Parallelamente a questa cresta, ne correva un’altra formando la valletta dell’attuale via Piave. In questo caso si vede come il livello degli spazi tra i palazzi sia molto basso: via Cesare Battisti, è tutta più alta dei giardini, a levante, tra il primo palazzo e la vecchia scuola Diaz, prima del 1950, vi erano orti2che partivano da una altezza di circa tre metri sotto il livello della via e salivano fino a via Lavinia.
Analogamente via San Nazaro è sulla cresta che separa a levante la valletta di via Piave dalla successiva sul cui fondo oggi c’è la via al Forte di San Giuliano: le due vie (Lavinia e San Nazaro) si uniscono ancora oggi, separatamente, a via Albaro. Il versante occidentale della collina di Albaro era piuttosto ripido; infatti le vie che salivano dalla piana a via Lavinia o via Albaro correvano molto parallelamente alla cresta.
Oggi4le strade sono quasi ovunque più alte per motivi tecnici: nell’attuazione del Piano Regolatore si notò che si doveva arrivare al mare con delle fognature piuttosto grandi, aventi una pendenza sufficiente dovendo raccogliere oltre alle acque della nuova area urbana, anche quelle del torrente Rovare, in caso contrario le strade al primo forte acquazzone si sarebbero allagate.
Inoltre altri motivi, come il passaggio delle linee tranviarie, il taglio del promontorio che chiudeva il Borgo della Foce, hanno consigliato un ulteriore innalzamento e quindi la necessità di raccordare le vie limitrofe. Così via Morin, nel tratto tra via Rimassa e via Cravero per collegare via Rimassa con via Casaregis è in salita, lo è meno via San Pietro della Foce, e per niente via Cecchi.
La piana alluvionale era ed è tuttora molto ricca d’acque sotterranee, come dimostrano i numerosi pozzi visibili nelle rappresentazioni iconografiche: vi sono anche numerose sorgenti.
Una piccola sorgente si trovava davanti all’attuale chiesa di San Pietro e più precisamente tra il capo ove si trova la chiesa stessa ed il promontorio che scendeva su via Casaregis. L’acqua, almeno una parte, arrivava in corso Italia all’inizio del muraglione di contenimento della salita Fogliensi; sotto la chiesa era presente una “fonte perenne”, ma ultimamente, dopo la costruzione del parcheggio sotterraneo di via Nizza, l’acqua non è più comparsa: probabilmente scendeva in corso Italia.
Altra piccola sorgente doveva trovarsi in salita Vignola: infatti nell’angolo ove via Casaregis inizia ad essere alberata vi era una fontanella, segno che l’acqua della fonte pubblica era stata incanalata e in sostituzione si era posto la fontanella collegata all’acquedotto.
Altra sorgente importante era presso via Saluzzo: oggi è ricordata da una lapide posta presso la scalinata, copia di una precedente del 1437, epoca in cui quell’acqua divenne pubblica. Questa sorgente dava luogo ad un piccolo rio che era detto Aqualonga che raggiungeva il mare.
Dalla collina dei Camaldoli scende il rio delle Rovare e da quella di Santa Tecla il rio Noce che si univano nella zona di Terralba, per gettarsi nel Bisagno. In passato questo rio si doveva gettare nel Bisagno all’altezza di Borgo Pila, nell’ansa dell’argine creato nel Cinquecento. In seguito ad una alluvione (forse), il rio cambiò il corso, gettandosi nel Bisagno più a monte, poco a valle del ponte di Sant’Agata: così appare in un carta del Settecento5. Nella piana posta a destra del Bisagno, il più importante era il rio Gropallo che scendeva dalla valletta della villa omonima, gettandosi nel Bisagno, pare nella zona dell’attuale Questura, dopo aver raccolto le acque di altri piccoli rii, tra cui quello che scende dal Cavalletto.
Le numerose alluvioni con gli apporti di limo hanno arricchito il terreno della piana, contemporaneamente però il Bisagno rappresentava un pericolo continuo, proprio per le numerose esondazioni, in quanto non esistevano gli argini; per porvi rimedio nella seconda metà del Cinquecento, la famiglia Doria costruì gli argini a partire dalla zona della Foce, anche perché a loro serviva una strada agevole, in piano, per raggiungere la villa posta nella località oggi detta della Doria, villa costruita nel 1557. Lungo questi argini nasce la via Rivale, che dal mare arrivava al Borgo Pila.
Tali argini hanno funzionato fino alla fine dell’Ottocento.
Nel 1808 un progetto del cartografo Giacomo Agostino Brusco (deceduto nel 1817) prevedeva un raddrizzamento del corso del torrente, nella parte riguardante la piana: tale progetto prevedeva il taglio di buona parte del Borgo Pila (vedi figura 1).
Nel 1908 gli argini furono raddrizzati parzialmente nella parte terminale, cioè nella zona della piana: da tempo si ipotizzava la copertura del torrente. Solo tra il 1928 ed il 1933 fu realizzato il progetto della copertura, dalla ferrovia all’altezza di via Cecchi (allora ancora piazza del Popolo). Nel 1934 si decise di completare l’opera di copertura che fu ultimata nel 1935, con due pennelli a mare che ne proteggevano lateralmente lo sbocco.
Negli ultimi anni, dal 2008 sono iniziati i lavori di rifacimento della copertura, con l’abbassamento del fondo per aumentarne la capacità di flusso delle acque: a tutt’oggi, sono terminati i lavori di rifacimento della prima parte, quella dal mare fino all’altezza di via Carlo Barabino.
Tutte queste acque rendevano la piana molto fertile e adatta alle colture di ortaggi.
Fra le attività nella piana che sfruttavano l’abbondante acqua, vi era quella molitoria: non sembra che si producessero cereali, ma verdure, frutta e olive. È accertata la presenza nel XVIII secolo di un mulino ad acqua, che si trovava nella zona compresa tra i due ultimi palazzi di corso Torino verso il mare. Questo mulino utilizzava le acque del rio Acqualonga che poi si dividevano in due canali, di cui uno andava verso il Lazzaretto e l’altro verso il Borgo di Rivale (vedi figura 2 e figura 3).
Nell’area del lazzaretto confluiva un canale proveniente da un mulino posto all’esterno: esiste un documento, un contratto6del 1630, in cui si fa cenno alla costruzione di un canale che dal centro del “muro a monte”, va a finire nel Bisagno passando nei pressi del centro del “muro di ponente”. Nella mappa catastale del 1808 (vedi figura 3), vi è un canale che proviene da una costruzione complessa che si trovava nei pressi dell’attuale Asilo infantile della Foce, e che si dirige verso il centro del muro di cinta del lazzaretto con una angolazione di circa quarantacinque gradi. All’interno della cinta è segnato un percorso come descritto nel documento del 1630, ma, all’entrata, secondo la mappa, il percorso si sdoppia ed un ramo si dirige verso il mare; su questo percorso si prolunga la scritta in francese, Canal des mulins.

Riferendosi alla rappresentazione del Torricelli (Figura 4), all’interno del Lazzaretto si vedono tre pozzi a bilanciere posti sul percorso diretto a mare, perfettamente allineati. Ciò vuol dire che in origine l’acqua di scarico del mulino andava a mare direttamente, ma nel 1630 si vuol deviare il corso dell’acqua per prosciugare il Lazzaretto, e si da ordine di costruire il letto del nuovo canale a regola d’arte.
L’area era in ogni tempo necessariamente attraversata da strade che collegavano la città di Genova con la Riviera di Levante: la più antica è forse l’Aurelia che è stata trovata in via san Vincenzo, ma che nel Medioevo e in età Moderna è stata frequentata, con le opportune varianti attraversando il Bisagno con il ponte di Sant’Agata. Una seconda strada, partendo dalla stessa origine, attraversava il Bisagno utilizzando il ponte Pila, più a valle per salire in Albaro. Era già utilizzata nel XIII secolo, come si è saputo dallo scavo archeologico7di piazza della Vittoria. Oltre a queste due, vi era una serie di stradine ad uso locale, come quelle fatte sugli argini. A causa delle frequenti esondazioni del torrente, il ponte Pila veniva spesso distrutto, finché verso la metà dell’Ottocento, fu costruito un ponte8parzialmente in ferro e la via Minerva9(oggi corso Buenos Aires), facente parte della via Nazionale per la Toscana, sopraelevata su un terrapieno alto cinque metri rispetto alla piana, per preservarla dalle alluvioni.
A queste due strade vanno aggiunte le strade minori che collegavano i vari Borghi tra loro e la via principale di transito, quella del ponte Pila che serviva di collegamento con la città.
Nella piana10esistevano vari “centri abitati”, quasi tutti attorno alle strade principali: sulla parte della sponda destra, il Borgo Bisagno sottano che divenne poi il Borgo o Sestiere di San Vincenzo e Bisagno soprano che comprendeva Borgo Incrociati, nati attorno alla strada più antica. Sulla sponda sinistra, vi era il Borgo di Santa Agata e poi San Fruttuoso sulla strada più a monte, mentre su quella a valle in corrispondenza del ponte il Borgo detto della Pila. A questi borghi vanno aggiunti quello di Rivale, sulla via omonima e quello della Foce11, unico non collegato ad una via, chiuso tra il mare, la collina ed il Lazzaretto o cantiere navale, sorto grazie alla attività della pesca.
Nel 1874 si ebbe l’annessione12al Comune di Genova assieme ad altri comuni del levante, quelli di Marassi, Staglieno, San Fruttuoso, San Martino e Albaro: ciò permise la realizzazione del progetto di inurbanamento della piana. Il piano regolatore del 1877 prevedeva una sistemazione simile a quella poi realizzata, ma con alcune differenze importanti: in quel “piano urbanistico” venivano conservati i borghi Pila, Rivale e Foce; anche il Cantiere Navale e il Lazzaretto venivano conservati. Nella prevista piazza Palermo doveva essere costruita una chiesa. Via Casaregis terminava fino alla attuale parte alberata, cioè limitata all’attuale via Ruspoli. Lo spazio comprendente oggi via Cecchi e via Ruspoli costituiva la piazza del Popolo In un primo tempo il piano avrebbe dovuto prevedere la deviazione del torrente Bisagno verso levante, ai piedi della collina di Albaro, in modo da rendere tutta la piana disponibile ai nuovi insediamenti, ma, considerando eccessiva la spesa cui avrebbero dovuto concorrere i privati, si rinunciò, limitandosi alla costruzione di nuovi argini più rettilinei.
NOTE
1              L’etimologia del nome Bisagno: potrebbe derivare da una nome composto latino bis – amnis: da tradurre in “due fiumi”.
Nell’anno 987 la Piana del Bisagno, nell’area della Foce, risulta di proprietà dei monaci Bendettini: Cum decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare.
2              I “manenti” che avevano l’abitazione in via Lavinia, sopra gli orti, la domenica vendevano in via Battisti i loro prodotti a chi usciva dalla messa allora celebrata nella palestra della scuola.
3              Di una crosa denominata “San Nazaro”, si ha notizia fin dal 1345 (AGOSTINO OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte per la storia Genovese esistenti nella biblioteca della R. Università Ligure, Genova 1855, p. 40).
4              Per completezza di informazione aggiungiamo che anche via Caffa, da piazza Tommaseo a piazza Alimonda e quindi verso via Tolemaide è in salita per il raccordo con corso Gastaldi che in parte è su sede artificiale per poter raggiungere via San Martino. Sono invece rimaste escluse da questa sistemazione Via Minerva (Corso Buenos Aires) e via della Libertà perché costruite prima singolarmente, senza un vero piano regolatore generale.
5              Stato della Repubblica di Genova, da Genova Voltri a Genova Quarto (A.S.G., Fondo Cartografico, GENOVA 16, busta 7 – nº 318): Carte de Gênes, 1748. Carta dimostrativa di piccola parte dello Stato della Repubblica di Genova, compresa tra Voltri e nella Riviera di Ponente e Quinto in quella di Levante, indi sino al Borgo de’ Fornari.
6              LAVAGNINO GIOVANNI FRANCESCO, Promissio pro Fabrica, 5 settembre 1630, filza 63, (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 5080).
Nella mappa catastale del 1808 compare anche un altro canale che parte sempre dalla stessa costruzione, più angolato chiamato Canal de Rivale, e che giunge presso le case del piccolo borgo posto all’angolo nord-occidentale del Lazzaretto. Bisogna dire però che questo canale appare più una strada, anche perché circa dalla metà, parte una strada che si collega con un’altra posta più a monte. Probabilmente si tratta di un toponimo relativo ad una fase precedente, ma che è rimasto anche quando l’acqua o è stata deviata in tubazioni o il mulino ha cessato di funzionare  e quindi il corso d’acqua è diventato una stradina.
7              Tre ritrovamenti collocanti nel XIII secolo per un tratto di strada larga circa cinque metri, nel XIV secolo per un ponte ad arcata singola, un piccolo tratto di strada e alcune “prime strutture insediative”, nel XV secolo per un tratto di strada larga circa sei metri.
La piana era limitata a monte da una strada già esistente in epoca romana, via san Vincenzo e via san Fruttuoso. Una seconda strada costruita  più a valle era presente dal Medioevo, quella che, partendo come la precedente dalla chiesa di Santo Stefano attraversava la piana anziché aggirarla, passava attraverso il ponte Pila, via Santa Zita via Beverato e poi si dirigeva verso la sella di Albaro, salendo per via Saluzzo e seguendo l’attuale via Albaro, Pare che nella zona di via Saluzzo ci fosse un abbeveratoio da cui sarebbe derivato il nome di Beviou, Beverato.
8              CF. Progetto per la realizzazione delle “muraglie” del Ponte Pila in sostituzione di quello preesistente in legno (28 dicembre 1783) – (A.S.G., Fondo Cartografico, Genova 41).
9              Sotto il governo dei Savoia furono progettate nuove strade carrozzabili: tra queste la Strada reale di Levante, che dalla porta Pila doveva portare verso il levante ligure, utilizzando il nuovo ponte in ferro della Pila, che aveva sostituito il vecchio ponte più volte demolito dalle piene del Bisagno e che dal Medioevo attraversava il torrente entrando nel Borgo Pila.
La nuova strada, costruita su progetto di Francesco Argenti del 1851: terminava come l’attuale nella zona di piazza Tommaseo, area che allora era detta della Tavola, da cui partiva un’altra via che oggi è ricalcata dal tracciato di via Montevideo. Il progetto prevedeva anche la sistemazione della chiesa di Santa Zita che in futuro avrebbe sostituito la vecchia da demolire. Questa nuova strada forniva un nuovo itinerario per raggiungere il Levante sostituendo quello che utilizzava il ponte di Sant’Agata e via San Fruttuoso: esisteva già un itinerario alternativo, che dal ponte Pila seguiva l’argine del Bisagno verso monte per un centinaio di metri e poi dirigeva a levante attraverso gli orti e saliva fino a San Martino a mezza costa. Il percorso era però poco adatto alle grandi comunicazioni, trattandosi di una strada poco più che d’uso campestre. Verrà utilizzato in parte per la costruzione della nuova via, nel tratto che oggi, rettificato, corrisponde a corso Gastaldi.
Il tracciato di corso Buenos Aires risultò in seguito non coordinato con il grande piano regolatore proposto e poi realizzato, dopo l’annessione al Comune di Genova, perché era stato un progetto limitato: per questa ragione il corso non risulta oggi perpendicolare a corso Torino o via Casaregis, non solo, ma siccome il piano di Argenti prevedeva anche la costruzione di edifici, le isole, al momento dell’edificazione delle vie perpendicolari, gli edifici esistenti risultarono non inseriti, come accade in modo evidente nell’incrocio con corso Torino lato ponente, che sono due delle prime case costruite. Fra l’altro, va ricordato che il palazzo a sud, che dà su piazza Savonarola, appare incompleto dal lato della piazza, e che sembra abbracciare una piccola costruzione che evidentemente era preesistente: si tratta dello studio dello scultore Santo Saccomanno (1833 – 1914), noto per lavori eseguiti nel Cimitero di Staglieno. Nello studio, ospitò personalità del Risorgimento come Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, come afferma una lapide posta presso l’uscio, e perciò, il piccolo edificio quindi divenne monumento nazionale.
10            In un atto del 3 marzo 1465 (Sindicatus Plane Bisannis) sono citati alcuni “centri abitati” che comprendevano il distretto (o regione) del Bisagno rappresentati da un certo Benedetto De Cairo: Sturla, Quezzi, Marassi e Albaro. (ANDREA DE CAIRO, atto n° 59, A.S.G., Notari Antichi, filza n° 20, n° generale 800).
11            Il Borgo della Foce inizia ad essere abitato tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV.

12            Regio Decreto N° 1683 del 26 ottobre 1873.